Articolo 1

Il primo articolo sancisce la nascita della Repubblica Italiana al seguito del Referendum nel 2 Giugno del 1946. Prima di allora in Italia vigeva una Monarchia ereditaria ,in cui il potere del re era ‘’limitato’’ dallo Statuto Albertino. Con il nuovo ordinamento repubblicano lo Stato è governato da un presidente, la cui carica non è più ereditaria ma elettiva con una durata prestabilita(7anni).

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

L’articolo 1 stabilisce il carattere democratico della Repubblica. Con questo si intende che la sovranità, cioè il potere di comandare e di compiere scelte politiche, appartiene al popolo. E’ naturale che un simile ruolo non possa essere esercitato in forma arbitraria. Quindi l’esercizio effettivo della sovranità popolare avviene in varie forme, mediante il quale ogni cittadino sceglie i propri rappresentanti a cui viene delegata non la sovranità, ma la cura effettiva degli affari pubblici. Si parla quindi di Repubblica Rappresentativa.

“L’associazione civile è l’atto più volontario che ci sia al mondo. Siccome ogni uomo nasce libero e padrone di sé, nessuno può, con nessun pretesto, asservirlo senza il suo consenso. Decidere che il figlio di una schiava nasca schiavo significa decidere che non nasca umano.”

L’espressione “Repubblica democratica” con cui si apre l’art.1, pone le fondamenta della nostra democrazia → forma di governo in cui tutte le “cariche pubbliche” sono espressione (diretta o indiretta) del consenso popolare (secondo il principio rousseauiano della sovranità popolare).Il concetto di DEMOCRAZIA esprime il potere del popolo sul popolo. La sovranità popolare si può esercitare secondo due forme di democrazia:

RAPPRESENTATIVA: quando i cittadini eleggono i propri rappresentanti al Parlamento, designano chi li rappresenta nella direzione del Paese.

DIRETTA: quando i cittadini partecipano in prima persona alle scelte politiche, votando i referendum (art.75) promuovendo testi di legge (art.71). Grazie all’evoluzione dell’informatica oggi, in alcuni casi, si sono adottate nuove forme di democrazia diretta (es. democrazia elettronica) che sono potenzialmente in grado di usare la rete, i social network e i blog per un più immediato coinvolgimento dei cittadini nelle scelte politiche del paese.Ad esso sono correlati, ad esempio, l’art.48 e l’art.51.

Dire che il lavoro è il fondamento della Repubblica equivale a considerare tutti i cittadini come tanti lavoratori che contribuiscono con il loro impegno al bene della Repubblica. Ognuno a modo suo. Il lavoro è dunque il principio su cui si basa la nostra società, affinché ognuno faccia la sua parte per contribuire al benessere e al progresso della propria Nazione. Ciò significa che ogni cittadino italiano deve avere la possibilità di lavorare. Tuttavia oggi questo diritto non viene garantito a tutti, perché la disoccupazione è dilagante. Per questo motivo molti giovani sono costretti ad emigrare all’estero, dando vita al noto fenomeno della “fuga di cervelli” e ad una fuga di manodopera che potrebbe contribuire al benessere della Nazione.

LA LEGISLAZIONE ATTUATIVA

Il principio di democrazia diretta e rappresentativa è stato attuato dal legislatore con numerose leggi ordinarie che disciplinano le consultazioni popolari: elezioni amministrative, elezioni politiche e sistemi elettorali, referendum (abrogativo, consultivo e confermativo).

Con la legge N.352, del 25 Maggio 1970 il Parlamento italiano, dopo ventidue anni dell’entrata in vigore della carta Costituzionale , ha dato attuazione all’ istituto del referendum popolare e a quello di iniziativa del popolo nella formazione delle leggi.

Con i referendum i cittadini esercitano una forma di potere legislativo negativo , nel senso che essi hanno l’opportunità di abrogare o convalidare una legge approvata precedentemente dal Parlamento. L’iniziativa popolare, invece, offre ai cittadini la possibilità di avanzare proposte di legge che, il Parlamento può successivamente approvare o respingere.

I referendum possono essere di due tipi:

Referendum abrogativo: è lo strumento di democrazia diretta più usato. Hanno ottenuto massima partecipazione e svolto un importante ruolo sociale i referendum sul divorzio del 1974 (affluenza alle urne di circa 88% della popolazione), quello riguardante i finanziamenti pubblici ai partiti nel 1978 (con affluenza pari a 82%), quello sull’interruzione di gravidanza del 1981 (affluenza pari ad 80%).

Referendum costituzionali: si sono tenuti tre importanti referendum costituzionali. Il primo vertente sulla modifica del titolo V della Costituzione( 7 ottobre 2001)che ha registrato una discreta affluenza con conseguente legge confermata dal 65% dei voti. Il secondo sulla modifica della parte II della Costituzione(25 e 26 giugno 2006) che, pur avendo ottenuto un’affluenza pari a circa il 53%, non è stato commutato in legge a causa del 61% di voti contrari. Infine il referendum sul superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero di parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL( Consiglio Nazionale dell’ Economia e del Lavoro) e la revisione del titolo V della II parte della Costituzione (4 dicembre 2016).Anche questo referendum non è stato commutato in legge per il 60% di voti contrari.

La legge N.148 del 1953 per le elezioni alla Camera dei deputati, (nota come ” legge truffa”), apportò modifiche al Testo Unico del 1948.

Essa modificò la legge proporzionale del 1948, introducendo un premio di maggioranza consistente nell’ assegnazione del 65% dei seggi della Camera dei deputati alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse superato la metà dei voti validi . Tale legge fu voluta da De Gasperi e votata dai soli partiti di maggioranza con il tentativo di trasformare la precedente normativa proporzionale in maggioritaria.

Questa legge fallì nel suo impiego, pertanto fu abrogata nel 1953 con conseguente ritorno al sistema proporzionale disciplinato nel Testo Unico del 1948.

Con la legge del 4 Agosto 1993 fu introdotto un sistema elettorale ibrido : maggioritario per il 75% dei seggi corretto da un 25%proporzionale. Per i tre quarti dei seggi veniva eletto il candidato che avesse riportato la maggioranza relativa dei suffragi nel collegio. Per il restante quarto si aveva un sistema proporzionale diversamente congegnato per la Camera e il Senato.

Il sistema elettorale non ottenne i risultati sperati in quanto le forze politiche presenti erano ancora troppe, nonostante fossero riunite in due coalizioni: centro- destra e centro- sinistra. Con la legge elettorale del 21 Dicembre 2005, voluta da Berlusconi, veniva modificato il sistema elettorale precedente , passando dal sistema maggioritario a quello proporzionale, corretto per la presenza di un premio di maggioranza :nazionale per la Camera, regionale per il Senato. Prevedeva inoltre uno sbarramento del 2 % per un partito legato ad una coalizione, il 4 % per un partito che concorre da solo, Il 10% per una coalizione. L’aspetto più discusso e controverso fu l’introduzione di liste bloccate, in base alle quali gli elettori non possono esprimere preferenze ma votare solo liste dove i candidati sono scelti dai partiti. Subito contestato, questo sistema si poneva in netto contrasto con la volontà popolare che, nel referendum del 1993, si era espressa a favore del maggioritario. Questa legge(definita “Porcellum”, ovvero “porcata”) è stata dichiarata parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale nel 2014.

Il 6 Maggio 2015, in sostituzione del noto “Porcellum”, è stata emanata la legge elettorale N.52, al fine di disciplinare l’elezione della sola Camera dei deputati. A decorrere dal 1 luglio 2016 si è introdotto un sistema proporzionale a doppio turno a correzione maggioritaria con una soglia di sbarramento al 3% , 100 collegi plurinominali e liste con capilista bloccati. Anche questa legge, meglio nota come Italicum, è stata dichiarata parzialmente illegittima dalla Corte Costituzionale ed è stata modificata.

La legge N.165 del 3 Novembre 2017, ha apportato modifiche al sistema di elezione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica.Delega al governo per la determinazione dei collegi elettorali uninominali e plurinominali.Il 4 marzo 2018 si sono svolte le votazioni secondo questo nuovo sistema, che combina in modo farraginoso, maggioritario e proporzionale (sistema elettorale misto). Questa legge presenta limiti sia in termini di rappresentatività che di stabilità governativa.

ARTICOLO 2

Ogni uomo è titolare di diritti naturali e inalienabili che non possono essere trasgrediti dalle leggi.

(J. Locke/Giusnaturalismo)

Uno Stato che si definisce liberale impedisce qualsiasi abuso di potere (Stato guardiano).Tali diritti essendo connaturati alla persona, preesistono allo Stato che deve assicurarne la protezione.Essi sono:

  • IRRINUNCIABILI / INTANGIBILI / INALIENABILI / INCOMPRESSIBILI / IMPRESCRITTIBILI / RICONOSCIUTI AI SINGOLI E ALLE FORMAZIONI SOCIALI
  • Riguardano cittadini ma, in molti casi, anche stranieri la cui dimensione di “esseri umani” non può essere cancellata da nessun ordinamento democratico.

Questo articolo costituisce una fattispecie aperta, in quanto tutela anche quei diritti che, pur non essendo esplicitamente sanciti da norme scritte, si affermano parallelamente all’ evoluzione della società e dei costumi, come completamento di altri valori costituzionalmente garantiti. Ne sono un esempio : il diritto alla privacy, la tutela dell’ identità sessuale, la tutela dell’ ambiente.

Il comma 2 di questo articolo “insiste “sui doveri inderogabili , il cui adempimento è il contributo che il singolo cittadino deve garantire alla Repubblica per il mantenimento e la salvaguardia del benessere della comunità e del cosiddetto ” welfare state”. Doveri inderogabili sono espressi nei seguenti articoli: obbligo fiscale e contributivo(artt. 23 e 53), educazione e allevamento dei figli (art.30), diritto-dovere all’ istruzione( artt. 9 e 32), difesa della Patria (art.52),fedeltà alla Repubblica (art.54), adempimento onorevole delle funzioni pubbliche(art.54).

Gli artt. 2 e 3 della Costituzione Italiana sono un esplicito riferimento ai principi dell’ Illuminismo francese che, attraverso la Rivoluzione del 1789, sancirono definitivamente la base ideologica della democrazia: libertè, egalitè, fraternitè.

Garantire i diritti inalienabili dell’ uomo, calpestati e negati dai Totalitarismi, fu la priorità di tutte le Nazioni nel secondo dopoguerra, che si prodigarono nella stipula di corposi documenti legislativi.

Il 10 dicembre 1948, a Parigi fu adottata dall’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’ Uomo.Questo importantissimo documento sancisce i quattro diritti inderogabili dell’ essere umano: diritti della persona(diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza), diritti collegati alla vita associata ( diritto di sposarsi e di riservatezza di una vita familiare, diritto di muoversi liberamente in territorio nazionale e internazionale, diritto di proprietà, diritto di professare la propria religione…..); diritti politici ( diritto di accedere al governo e di amministrare la cosa pubblica, diritto di elettorato attivo e passivo);diritti in ambito economico (avere un’ equa retribuzione lavorativa), e sociale (diritto al riposo e all’ assistenza sanitaria…..).La Costituzione italiana e la Dichiarazione del 1948 disciplinano la difesa della dignità della persona umana, hanno come obiettivo la prevenzione di atti di razzismo e schiavitù. IL DIRITTO ALLA VITA non è normato esplicitamente nella nostra Costituzione, in quanto inevitabilmente primario e necessario per l’ adempimento di tutti gli altri!

Tanto che l’ articolo 27, ultimo comma, della Costituzione italiana, dispone che non si ammette la pena di morte. Nella legislazione ordinaria esistono norme che tutelano e difendono il diritto alla vita: il Codice penale, nell’ articolo575 , punisce il delitto di omicidio e il reato di o aiuto al suicidio. Anche in ambito di diritto internazionale vi sono apposite leggi che difendono il diritto alla vita e puniscono chiunque attenti ad essa.

Un esplicito riferimento agli artt. 2 e 3, è contenuto nella legge n.76, 11 maggio 2016 (legge sulle unioni civili), nota come ” LEGGE CIRINNA’ “, dal nome della senatrice firmataria dell’ iniziativa parlamentare

Il diritto alla privacy è stato approfondito nel corso degli ultimi anni, come evoluzione del diritto alla riservatezza ancorato alla fattispecie aperta dell’ art.2. Esso fu riconosciuto, in primis, dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’ uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) e ratificato in Italia nel 1955.

La legge n.675, 31 dicembre 1996 ha sancito una esplicita e concreta tutela della privacy. Oggi sostituita dal Codice in materia di protezione di dati personali , nota con il nome di ” Codice della privacy”, Dlgs. 30 giugno 2003, n.196.

Rientra tra quelli inviolabili della persona umana, il diritto alla tutela della salute, dei cittadini italiani e stranieri residenti in Italia( art 32).Tutti coloro che non appartengono alla Unione Europea, ma hanno un regolare permesso di soggiorno e vivono nel nostro paese,devono obbligatoriamente iscriversi al Servizio Sanitario Nazionale.Con tale iscrizione , gli stranieri acquisiscono medesimi diritti e doveri di assistenza ospedaliera e ambulatoriale garantiti ai cittadini italiani.

ARTICOLO 3

“La democrazia si costruisce sull’uguaglianza: se prevale l’individualismo tutto è perduto. Non ci salviamo da soli”

Germano Nicolini

Il principio di uguaglianza enunciato nella nota formula “la legge è uguale per tutti” è uno dei cardini dell’ ordinamento giuridico contemporaneo e non consente alcuna forma di ridimensionamento.Esso si articola in due distinte forme, sancite dai due commi dell’ articolo 3:

UGUAGLIANZA FORMALE Comma 1

Secondo il principio di uguaglianza formale tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge. Ciò significa che ciascuno ha diritto di essere trattato e riconosciuto come essere umano in ogni rapporto sociale in cui viene a trovarsi, a prescindere da condizioni personali o da contingenti fattori economici, culturali, politici. Lo Stato non può emanare provvedimenti che creino discriminazione per motivi di razza, sesso, religione, opinioni politiche,ecc. La Costituzione ribadisce questo principio in questi specifici articoli: art. 8 ( uguale libertà di tutte le confessioni religiose); art.29 (uguaglianza morale e giuridica dei coniugi); art.37 (uguaglianza di diritti e retribuzioni fra lavoratori e lavoratrici).

UGUAGLIANZA SOSTANZIALE Comma 2

Al riconoscimento di uguaglianza formale deve seguire, da parte dello Stato, la volontà a realizzare le condizioni che portino al conseguimento dell’uguaglianza sostanziale. E’ il caso delle persone in condizioni economiche disagiate, dotate di minor grado di istruzione, portatrici di handicap fisici e psichici. Nei confronti di costoro, lo Stato deve intervenire con apposite norme per ridurre e limitare tale GAP, affinchè nulla impedisca il pieno sviluppo delle loro personalità.

Il secondo comma evidenzia le diseguaglianze sociali frutto della “libertà economica” ( tipica di qualsiasi Stato liberale), ed impone alla Repubblica un novero di azioni positive al fine di tutelare le classi più deboli, attraverso l’ adozione di politiche sociali atte a creare le condizioni base del “Welfare State”.La mancata realizzazione di tali interventi di politica sociale mina le fondamenta di ogni stato democratico. Pertanto sono state apportate delle correzioni al Titolo III della parte prima della Costituzione (artt. 35-47), intitolata “Rapporti economici”.

Per combattere le gravi situazioni di disagio , tipiche della moderna economia di mercato, è stato proposto come rimedio , l’adozione del reddito di cittadinanza ( altrimenti detto reddito di inclusione), che viene erogato a coloro che sono temporaneamente privi di occupazione. Ciò in conformità con i principi di Stato sociale,nel tentativo di fermare la recessione e di rimuovere quegli ostacoli che sono fonte di gravi diseguaglianze tra ceti sociali. Essa si configura come parziale restituzione di risorse a vantaggio dei disoccupati per il soddisfacimento dei bisogni primari. I fruitori del reddito di cittadinanza dovrebbero essere, in questo modo, incoraggiati nella ricerca di una occupazione!

Legislazione Attuativa

Legge 10 Maggio 1975 N. 151 – Riforma del diritto di famiglia

E’ una delle riforme più importanti fra quelle di attuazione costituzionale perchè cambia completamente la struttura interna della famiglia riconoscendo alla donna una condizione di completa parità e rafforzando grandemente la tutela giuridica dei figli, anche di quelli nati fuori dal matrimonio. Tale legge è stata voluta dalle deputate Nilde Iotti , Giglia Tedesco , Franca Falcucci e Maria Elena Martini le quali ritenevano necessario, non più rinviabile, l’ armonizzazione della legislazione con il dettato costituzionale. E’ tuttavia mancata una necessaria visione d’insieme, ovvero una volontà di riforma in modo organico al fine di evitare le differenze di trattamento che si sono verificate nel tempo. In seguito sono state emanate ulteriori leggi per realizzare a pieno il principio di uguaglianza all’ interno della famiglia.

LEGGE 8 FEBBRAIO 2006 N.54 – DISPOSIZIONI IN MATERIA DI SEPARAZIONE DEI GENITORI E AFFIDAMENTO CONDIVISO DEI FIGLI

La legge ha modificato il precedente regime in materia di affidamento, in base al quale i figli erano affidati all’uno o all’ altro dei genitori, stabilendo che i provvedimenti relativi alla prole debbano essere adottati con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa e debba essere disposto prioritariamente l’ affido congiunto.

LEGGE N.212, 10 DICEMBRE 2012 e DECRETO LEGISLATIVO N.154, 28 DICEMBRE 2013- DISPOSIZIONI IN MATERIA DI RICONOSCIMENTO DEI FIGLI NATURALI.

Con questa legge , ogni forma di discriminazione tra figli nati nel e fuori dal matrimonio, viene annullata. Ne consegue una perfetta uguaglianza giuridica tra i sessi.

LEGGE N.76, 20 MAGGIO 2016-REGOLAMENTAZIONE DELLE UNIONI CIVILI TRA PERSONE DELLO STESSO SESSO E DISCIPLINA DELLE CONVIVENZE.

In perfetta ottemperanza degli artt.2 e 3 della Costituzione Italiana, questa legge finalmente regolamenta le unioni civili tra persone dello stesso sesso, sancendo fattivamente l’ uguaglianza tra tutti i cittadini senza alcun tipo di distinzione . Per la prima volta, tale legge, disciplina le unioni di fatto.

LEGGE N.1044, 6 DICEMBRE 1971-PIANO QUINQUENNALE PER L’ ISTITUZIONE DI ASILI NIDO COMUNALI CON IL CONCORSO DELLO STATO.

Con tale legge , lo Stato si è impegnato nella creazione e nella gestione di asili nido comunali, affinché fosse garantita alle famiglie un’ adeguata assistenza nella temporanea custodia dei bambini.

LEGGE N.833, 23 DICEMBRE 1978-ISTITUZIONE DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE.

In ottemperanza al principio di uguaglianza, lo Stato istituisce e finanzia un sistema che garantisca a tutti i cittadini una adeguata assistenza sanitaria.In tal modo si tutela la salute psicofisica dell’ individuo, nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana.

LEGGE N.104, 5 FEBBRAIO 1992-LEGGE-QUADRO PER L’ ASSISTENZA, L’ INTEGRAZIONE SOCIALE E I DIRITTI DELLE PERSONE DIVERSAMENTE ABILI.

Questo provvedimento legislativo garantisce” assistenza, integrazione sociale e rispetto dei diritti dei disabili”. Essa è finalizzata alla rimozione delle cause invalidanti, alla promozione dell’ autonomia, della socializzazione e della integrazione.

LEGGE N. 68, 12 MARZO 1999-NORME PER IL DIRITTO AL LAVORO DEI DIVERSAMENTE ABILI.

Questa legge promuove l’ inserimento e l’ integrazione lavorativa dei diversamente abili per tramite di servizi di sostegno e di “collocamento mirato”(finalizzato alla collocazione in impieghi compatibili con le proprie condizioni di salute e capacità lavorative).

ARTICOLO 4

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”      

Questo articolo amplia l’articolo 1. Considera il lavoro sia un diritto che un dovere; è inteso come un diritto fondamentale che lo Stato deve riconoscere favorendo tutte le condizioni per realizzarlo attraverso le politiche occupazionali e limitando la disoccupazione,  e come dovere morale che ogni individuo dovrebbe compiere perché il lavoro viene inteso anche come strumento per affermare le proprie capacità e la propria personalità.

Il lavoro è posto a fondamento della nostra Repubblica come diritto-dovere:

  • Diritto:

Il diritto al lavoro è considerato come un diritto fondamentale di libertà. Il riconoscimento costituzionale del diritto al lavoro comporta che lo Stato non può limitarne o impedirne l’esercizio.

Diritto al lavoro non significa diritto al conseguimento di un’occupazione: lo Stato, non potendo assicurare il lavoro a tutti, deve garantire, mediante idonee politiche occupazionali, le opportunità di lavoro, stimolando adeguatamente il mercato del lavoro.

E’ strettamente collegato al diritto alla retribuzione, che consente a ciascuno di vivere una vita dignitosa oltre alla possibilità di esprimere nel lavoro le proprie capacità

  • Dovere:

Ognuno deve contribuire con la propria attività lavorativa allo sviluppo economico e sociale del Paese (dovere di solidarietà – dovere civico non sanzionabile): invito ai cittadini a ricercare e accettare un’occupazione di carattere economico, culturale, religioso, manuale o intellettuale, subordinato o autonomo che possa contribuire al progresso dell’intero Paese.

* Principio solidarista⇒ Per coloro che non sono in condizione di lavorare (o che ne perdono la capacità per malattie, infortuni, o per avanzamento di età) la Costituzione prevede diverse forme di tutela che rientrano nei concetti di ASSISTENZA e PREVISIONE SOCIALE

Lo Stato provvede all’assistenza sociale di coloro che dispongono di un reddito inferiore ad un limite prefissato (ART.36) e che, a causa dell’età avanzata, di problemi fisici e/o mentali, non possono svolgere attività lavorativa.

Tale tutela prevede prestazioni economiche periodiche come:

  • pensione di vecchiaia;
  • pensione di invalidità.

LEGGE N.300, 20 MAGGIO 1970, CHE RECA “Norme sulla tutela della libertà e della dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”. Noto come Statuto dei lavoratori, questo importante documento, in parte modificato e aggiornato negli ultimi decenni, costituisce la disciplina di riferimento per i rapporti tra lavoratore, impresa e sindacati. Lo Statuto fu redatto al termine di di un” autunno caldo” che, sul finire degli anni Sessanta, fu agitato da tensioni sociali e lotte sindacali. Fu preceduto da alcune importanti norme: legge n.1124/ 1965 che tutelava gli infortuni e le malattie professionali; la legge n.903/1965 che tutelava il trattamento pensionistico e la legge n.604/ 1966 che disciplinava le norme per il licenziamento. Benchè la società sia profondamente mutata, questo documento, ha rappresentato e, a tutt’ oggi rappresenta, una pietra miliare nell’ ambito del diritto del lavoro.

           

Lo statuto dei lavoratori

Il titolo I dello Statuto disciplina diritti e divieti volti a garantire la libertà e la dignità del lavoratore.   Il titolo II dello Statuto si dedica alla libertà sindacale, sancisce la nullità degli atti discriminatori, pone il divieto di costituire o sostenere sindacati di comodo e introduce la garanzia della stabilità del posto di lavoro.    Il titolo III dello Statuto traccia le prerogative dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e riconosce al sindacato il potere di operare nella sfera giuridica dell’ imprenditore, per il conseguimento dei propri obbiettivi di rappresentanza e di tutela.    

La legge Biagi

CON LA LEGGE N.30 DEL 14 FEBBRAIO 2003, nota come LEGGE BIAGI, il Parlamento delega il Governo ad emanare nuove disposizioni in materia di occupazione e di mercato del lavoro.

Il Dlgs 276 del 10 settembre 2003 ha dato attuazione alla legge Biagi,al fine di diminuire il tasso di disoccupazione e di promuovere la qualità e la stabilità del lavoro, nonchè di contrastare il fenomeno del lavoro nero. L’obbiettivo di questa riforma è introdurre nell’ordinamento regole e schemi giuridici flessibili, in quanto adattabili alle esigenze sia dei lavoratori che delle imprese.

Sono numerosi gli istituti lavorativi interessati dalla riforma del Professor Marco Biagi. In particolare, le nuove disposizioni comprendono :

  • il sistema di incontro tra domanda ed offerta di lavoro, oggetto di continua ridefinizione mediante la creazione di agenzie per il lavoro e di una borsa nazionale continua di lavoro;
  • la nuova fattispecie della somministrazione di lavoro, che costituisce la cosiddetta disciplina del lavoro interinale ;
  • i gruppi di impresa ed il trasferimento di azienda ;
  • nuove tipologie contrattuali a orario ridotto, modulato o flessibile, quali il lavoro intermittente (job on call), il lavoro ripartito (job sharing), il lavoro a progetto e il lavoro occasionale di tipo accessorio;tipologie di contratto vigenti da tempo nel nostro ordinamento giuridico, come il part-time, l’ apprendistato, il contratto di formazione; la previsione della certificazione dei rapporti di lavoro e delle relative procedure, al fine di ridurre il contenzioso in materia di connotazione dei rapporti di lavoro.

IL JOBS ACT ( Riforme in materia di lavoro promosse dal Governo Renzi).

Il termine jobs act deriva dall’ acronimo “Jumpstart Our Business Startups Act”, riferito a una legge statunitense, promulgata durante la presidenza di Barack Obama nel corso del 2012, a favore delle imprese di piccola entità mediante fondi. L’obiettivo principale del jobs act è quello di aumentare le opportunità di lavoro e creare un quadro normativo adeguato alle esigenze produttive, nel tentativo di semplificare le tipologie contrattuali esistenti e di favorire la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato.

Le principali misure previste dal jobs act sono le seguenti:

  • Contratti stabili;
  • Licenziamenti ( riferiti a coloro che sono assunti a tempo indeterminato con contratto “a tutela crescente”) e reintegro( previsto solo in caso di licenziamento discriminatorio o disciplinare, con previa dimostrazione di motivazione non sussistente) ;
  • Trattamento di disoccupazione;
  • Meno tipologie di contratto(abolizione di tipologie contrattuali penalizzanti per il lavoratore);
  • Per quanto riguarda il congedo parentale, viene esteso quello facoltativo, mentre rimane quello retribuito fino al 30% e fino al compimento dei 6 anni dei figli, rispetto ai primi 3 anni sanciti in precedenza;
  • Ridimensionamento dei dipendenti( possibile per alcuni contratti collettivi di lavoro nazionali e/o aziendali);
  • Cassa integrazione;
  • Contratti di solidarietà;
  • Dimissioni in bianco addio( le dimissioni avverranno solo per via telematica, compilando moduli appositamente forniti dal sito del Ministero);
  • Controlli a distanza (alcune aziende possono dotare i loro dipendenti di strumenti tecnologici con l’ obbligo di informare sull’ uso di tale strumentazione e di effettuare controlli, con rispetto della privacy).

IL COLLOCAMENTO DEI DISABILI

La legge N.68 del 12 marzo 1999, ha introdotto numerose novità che prevedono varie misure a sostegno dell’occupazione lavorativa delle persone disabili:

  • Il collocamento mirato: strumenti tecnici che permettono di valutare le persone con disabilità nelle loro capacità lavorative e di inserirle nel posto al loro più adatto;
  • Le quote di assunzione riservate ai disabili e obbligatorie per le aziende, sono tenute all’assunzione tutti i datori di lavoro, pubblici e privati, in base ai seguenti limiti dimensionale:
  • Le prassi di avviamento al lavoro;
  • Gli incentivi alle aziende che assumono lavoratori disabili.

ARTICOLO 5

“La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attiva nei servizi che difendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.”

L’articolo 5 della Costituzione italiana fa parte dei principi fondamentali della stessa. L’ART.5 si articola in 3 importanti principi: 1. Unità e indivisibilità della Repubblica. 2. Principio autonomista. 3. Principio di decentramento amministrativo in virtù del quale l’AMMINISTRAZIONE STATALE si ramifica sul Territorio nazionale creando propri uffici decentrati che ne svolgono (con un certo grado di autonomia) alcune specifiche attribuzioni (es. Ministro degli Interni → prefetture) e competenze amministrative. 

Esso introduce la garanzia di un’ampia libertà conferita alle collettività territoriali nel perseguimento e nella gestione di interessi locali. Il principio di decentramento amministrativo conferisce poteri alle amministrazioni locali quali regioni, province e comuni. Ad esempio: le regioni si occupano della sanità, e quindi degli ospedali, le province si occupano delle scuole superiori e i comuni di quelle relative alle istruzioni primarie. Le autonomie comportano una DECENTRALIZZAZIONE in base alla quale si può parlare di “autonomie varie”:
• Autonomia politica • Autonomia normativa→ si possono emanare norme che, nel rispetto della legislazione nazionale, disciplinino le varie attività; • Autonomia amministrativa→ si possono emanare atti amministrativi validi solo sul proprio territorio; • Autonomia finanziaria→ consente l’imposizione e la gestione di tributi locali.

Enti pubblici territoriali o enti locali
Organizzazioni che curano gli interessi e promuovono lo sviluppo delle comunità dei territori che rappresentano. Per Enti Locali si intendono i comuni, le province, le città metropolitane, le comunità montane, le comunità isolane, le unioni di comuni e le Regioni. Ente -> organizzazione di persone e mezzi volti alla realizzazione di uno scopo comune. Le finalità perseguite dall’ente hanno carattere di interesse collettivo Territoriale/Locale -> il potere di tali enti è esercitato nell’interesse e nei limiti del territorio loro assegnato
Autonomia
Dal greco autòs ( αὐτός = da sé) e nòmos ( νομός = legge); indica che gli enti pubblici territoriali (Regioni, Città metropolitane, Province, Comuni) possono emanare proprie norme giuridiche ( regolamenti e anche leggi nel caso delle Regioni) efficaci nei rispettivi territori e in ottemperanza alla Carta Costituzionale.
Autogoverno
“Non si tratta solo di portare il governo alla porta degli amministrati, con un decentramento burocratico e amministrativo … si tratta di porre gli amministrati nel governo di se medesimi” (On. M. Ruini).
Decentramento
Attribuzione di poteri decisionali e compiti ad organi diversi da quelli centrali. Ciò favorisce una maggiore efficacia ed efficienza dell’azione amministrativa.
Principio di sussidiarietà
Le funzioni e i compiti devono essere affidati alle autorità territorialmente più vicine ai cittadini, quali portatori di interessi meritevoli di tutela; agli organi di grado superiore devono essere lasciate quelle competenze che, per loro natura, non possono essere svolte localmente.
Principio di differenziazione
Nel distribuire funzioni agli enti territoriali locali, il legislatore deve tener conto delle diverse e particolari caratteristiche (demografiche, strutturali, organizzative) dei vari livelli di governo.
Principio di adeguatezza
L’ente al quale vengono conferiti compiti e funzioni deve essere dotato di una organizzazione in grado di garantirne l’esercizio.
Potere di intervento sostitutivo
Facoltà dello Stato di sostituirsi a Regioni ed enti locali territoriali, quando questi non siano adempienti rispetto alle loro funzioni e compiti (art. 120 Cost.).
Statuto
È un atto normativo fondamentale degli enti pubblici territoriali, che disciplina l’organizzazione e il funzionamento delle autonomie locali e pone le linee fondamentali rispetto ai rapporti con i cittadini.

IL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ

Sussidiarietà (deriva dal latino “subsidium”, che vuol dire “aiuto”) significa che le competenze e le funzioni pubbliche devono essere attribuite agli enti di governo più vicino ai cittadini, rispetto al centro; lo Stato deve intervenire soltanto quando i livelli inferiori non sono in grado di operare.

È l’art. 118 della Costituzione, nel testo riformato dalla legge costituzionale n. 3 del 2001, che accoglie in pieno il suddetto principio, quando stabilisce che le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni “salvo che per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato” .Viene, quindi, introdotto il concetto di sussidiarietà verticale che dalla base dell’organizzazione della politica locale (il Comune) sale verso l’alto (gli enti di maggiore estensione: Stato e U.E.). Contestualmente è riconosciuto il principio di sussidiarietà orizzontale, che regola i rapporti fra gli enti pubblici e i privati (e, soprattutto, con le organizzazioni sociali quali, ad es. quelle di volontariato). E’ previsto che gli enti pubblici subentrino ai privati e a  quelle organizzazioni sociali soltanto nell’ipotesi in cui questi ultimi non siano in grado di svolgere funzioni di interesse generale. La nuova organizzazione territoriale della Repubblica, in base alla quale essa è costituita da Comuni, Città metropolitane, Province, Regioni e Stato (art. 114), configura una struttura che accoglie il principio della sussidiarietà verticale.

LE ORIGINI DEL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ

L’ importanza del principio di sussidiarietà può essere compreso a partire dal contesto storico-sociale nel quale è sorto:

•  la dottrina sociale della Chiesa cattolica romana: si trovano tracce già in autori quali, San Tommaso d’Aquino e Dante. In tempi più recenti, tale principio lo si evince dalla lettura delle encicliche Rerum Novarum (1891) di Leone XIII e, Quadragesimo anno di Pio XI (1931).

•  i dibattiti politici tesi al raggiungimento soddisfacente degli obiettivi di libertà e democrazia, massima espressione di uno Stato socialmente avanzato, dove l’uomo è al centro dell’attenzione

•  il Trattato di Maastricht (7 febbraio 1992) riconosce il principio di sussidiarietà quale direttrice fondamentale che guida il processo di formazione dell’Unione Europea.

•  art. 118 Cost.: “Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei princìpi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.”

Titolo V – Le Regioni, le Province, i Comuni

LEGISLAZIONE ATTUATIVA ART.5

Come noto, il sistema delle autonomie territoriali rappresenta un punto di osservazione privilegiato dei processi di riforma che hanno coinvolto l’ordinamento repubblicano nell’ultimo ventennio. Tuttavia l’avvio delle Regioni (a parte l’esperienza delle autonomie speciali) risale solo al 1970, a distanza di oltre vent’anni dall’entrata in vigore della Costituzione. In ogni caso, a parte i riferimenti essenziali di cui agli articoli 5 e 114 della Costituzione, l’ordinamento delle autonomie locali era rimesso, per espressa scelta del Costituente, interamente alla potestà legislativa dello Stato (art.128). In relazione ai poteri delle Regioni, l’articolo 117 prevedeva una competenza legislativa in materia di “circostanze comunali”, l’articolo 118 stabiliva che fosse lo Stato ad individuare le funzioni di interesse esclusivamente locale, mentre un accenno all’autonomia finanziaria delle Regioni era contenuto nell’articolo 119. La legislazione ordinaria ha con grande ritardo riformato il sistema delle autonomie territoriali, la prima organica riforma delle autonomie locali si è avuta solo con la legge n.142/1990. Con l’istituzione delle Regioni, e soprattutto con i successivi decreti di trasferimento di funzioni a Regioni ed enti locali, il problema dell’esatta configurazione dell’ambito dell’autonomia locale inizia, però, a porsi in maniera più evidente. In primis si cerca di attuare un consolidato sistema di coordinamento tra livelli di governo e di integrare le politiche territoriali, come dovrebbe avvenire in ambito socio-sanitario. In seguito, la legge n.81/1993, introduce l’elezione diretta del Sindaco e del Presidente della Provincia, che conferiscono un ruolo potenziato all’esecutivo locale. Un ulteriore passo avanti, lo si fa attraverso le leggi costituzionali n.1/1999 e n.2/2001 che disciplinano l’elezione diretta del Presidente della regione. Con l’adozione del D.lgs. n. 112/1998, ispirato ai principi di un federalismo amministrativo, le funzioni amministrative statali sono state delegate a Regioni ed enti locali. Tale complesso processo di riforma ha introdotto il principio di sussidiarietà, valorizzando l’amministrazione locale come amministrazione generale di base. Il sistema così delineato prevedeva da un lato le funzioni da mantenere espressamente in capo allo Stato e, dall’altro, quelle da conferire a Regioni, Provincie e Comuni; l’attribuzione a Regioni ed enti locali delle specifiche risorse necessarie all’esercizio delle nuove funzioni ed altro ancora.

La riforma del Titolo V ( Legge costituzionale n. 3/2001) ha cercato di dare “struttura” costituzionale ad alcune delle scelte già anticipate a livello amministrativo delle riforme degli anni Novanta. I principali punti sono: la valorizzazione delle autonomie territoriali nei confronti dello Stato, quali enti costitutivi della Repubblica; l’espresso riconoscimento dell’autonomia normativa degli enti locali; la generale inversione dell’ordine delle competenze legislative regionali rispetto a quelle dello Stato, ora titolare solo delle competenze enumerate dall’articolo 117; la scomparsa del limite dell’interesse nazionale; un rafforzamento della competenza legislativa delle Regioni in materie di tradizionale interesse degli enti locali; l’individuazione in capo allo Stato della potestà legislativa in materia di organi di governo, legge elettorale e funzioni fondamentali degli enti locali. In base al nuovo articolo 119, tra l’altro, Regioni ed enti locali “stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”.

 Organi politici

Consiglio comunale
ComposizioneFunzioniModalità elettive e durata
Organo collegiale composto dai consiglieri in un numero che oscilla fra i 12 dei comuni con meno di 3000 abitanti e i 60 dei comuni con più di 1 milione di abitanti.Ha la funzione di indirizzo e di controllo politico-amministrativo, con competenza normativa- esclusiva su alcuni atti particolarmente importanti per la vita dell’ente.Eletto contestualmente all’elezione del Sindaco a suffragio universale diretto dai cittadini residenti nel comune che abbiano compiuto 18 anni. In carica cinque anni.
Sindaco
 Organo monocratico.Capo dell’amministrazione. È posto a capo dell’organizzazione comunale e la rappresenta. Convoca e presiede la Giunta, di cui nomina e revoca i membri, e il Consiglio, quando non è previsto un Presidente, e sovraintende al funzionamento dei servizi e degli uffici e all’esecuzione degli atti. Ufficiale di Governo. In questo suo secondo ruolo tiene i registri di stato civile ed emana provvedimenti in materia di ordine e sicurezza pubblica.È eletto a suffragio universale e diretto. In carica cinque anni.
Giunta comunale
È presieduta dal sindaco e composta dagli assessori da quest’ultimo scelti. Il numero degli assessori, stabilito dallo statuto, non deve essere superiore ad un terzo del numero dei consiglieri comunali.Ha la funzione esecutiva e compie tutti gli atti che non siano riservati al Consiglio e al Sindaco.Attua l’indirizzo politico nei diversi ambiti di competenza di ciascun assessorato (es. istruzione, sport, assistenza sociale, bilancio ecc.) Riferisce annualmente al consiglio sulla propria attività e svolge una funzione di impulso nei suoi confronti.Sono nominati dal Sindaco, entro 10 giorni dalla sua elezione, anche tra i cittadini non facenti parte del Consiglio, purché in possesso dei requisiti di compatibilità e di eleggibilità alla carica di consigliere. In carica cinque anni.
Segretario comunale
ComposizioneFunzioni
Organo monocratico.Svolge compiti di collaborazione e funzioni di assistenza giuridico-amministrativa nei confronti degli organi dell’ente.
Difensore civico
Organo monocratico facoltativo.È un organo a cui si possono rivolgere i cittadini per vedere tutelati i propri diritti nei confronti delle autorità comunali.
Dirigenti comunali
Organi a capo delle aree amministrative.Dirigono gli uffici e i servizi, secondo i criteri e le norme dettate dagli statuti e dai regolamenti, e tutti i compiti non rientranti tra le funzioni degli organi di governo del Comune.
Direttore generale
Organo monocratico previsto nei Comuni particolarmente importanti.Garantisce l’efficienza della struttura comunale.

Articolo 6

“La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.”

L’articolo 6 stabilisce che l’Italia tutela le minoranze linguistiche intese anche come minoranze etniche culturali, sia diffuse in modo minore in tutto il territorio che insediate in specifiche realtà territoriali.

In base a questa legge, la tutela delle minoranze linguistiche si basa su due criteri fondamentali: il criterio differenziale, secondo cui non tutte le minoranze sono tutelate in maniera eguale dalle norme; il criterio territoriale, che impone che i diritti di una minoranza linguistica rimangano confinati solo nei territori di insediamento del gruppo in questione.

Le minoranze sono pertanto distinte in:

  1.  Minoranze superprotette di cui fanno parte Trentino Alto Adige, Valle D’Aosta e Friuli Venezia Giulia. Questi territori godono di norme speciali e strumenti, come ad esempio, il sistema scolastico unico e bilingue, la soggettività giuridica propria, l’uso della lingua minoritaria negli uffici della Pubblica Amministrazione …
  2.  Minoranze riconosciute a tutela eventuale: sono “piccole minoranze” come ad esempio i ladini;
  3.  Minoranze non riconosciute e non protette, ossia i gruppi rom, sinti, caminanti; Per questi gruppi viene attuato solamente il principio di uguaglianza formale, di “non discriminazione”.

Attualmente l’Italia riconosce e tutela le popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e quelle parlanti il francese, il franco provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo, da cui deriva l’esclusione dei rom, sinti, caminanti.

La tutela delle minoranze linguistiche è in continuo sviluppo poiché, nonostante le minoranze riconosciute siano aumentate, rimane ancora aperto il problema delle minoranze non protette nonché degli immigrati che, secondo alcuni, vanno considerati alla stregua di una minoranza linguistica. Il nostro Paese non è in grado di fronteggiare il problema in maniera adeguata e questo genera accesi dibattiti. Per alcune persone l’immigrazione rappresenta una minaccia per l’identità del Paese, mentre per altre costituisce una possibilità di sviluppo e miglioramento (multilinguismo, pluriculturalismo) e una maniera efficace per garantire la partecipazione e l’inclusione di tutte le etnie.

Questo articolo è legato al periodo storico in cui la Costituzione è stata redatta: durante il Fascismo non erano contemplate le lingue straniere e bisognava italianizzare tutte le parole provenienti dall’estero. Tramite questo articolo, si è voluto superare quel periodo, evitando discriminazioni su base linguistica e tutelando le minoranze presenti in Italia.

“I cittadini europei e tutti coloro che vivono nell’UE in modo temporaneo o permanente dovrebbero avere l’opportunità di partecipare al dialogo interculturale e realizzarsi pienamente in una società diversa, pluralista, solidale e dinamica, non soltanto in Europa, ma in tutto il mondo.”

Il tema della mediazione interculturale, intesa come strumento utile all’integrazione degli stranieri e alla valorizzazione delle diversità, è stato introdotto per la prima volta nella normativa nazionale dall’articolo 36 e dall’articolo 40 della legge n.40 del 6 marzo 1998.

Il Testo Unico sull’immigrazione all’articolo 38 stabilisce che i minori stranieri presenti sul territorio sono soggetti all’obbligo scolastico; ad essi si applicano tutte le disposizioni vigenti in materia di diritto all’istruzione, di accesso ai servizi educativi, di partecipazione alla vita della comunità scolastica. L’effettività del diritto allo studio è garantita dallo Stato, dalle Regioni, e dagli enti locali anche mediante l’attivazione di appositi corsi ed iniziative per l’apprendimento della lingua italiana. Un esempio è la scuola Penny Wirton, ovvero una scuola gratuita di italiano per migranti creata dall’instancabile lavoro di Eraldo Affinati (scrittore e insegnante italiano) e animata da un numerosissimo gruppo di docenti- volontari in tutte le principali città italiane. La comunità scolastica accoglie le differenze linguistiche e culturali come valore da porre a fondamento del rispetto reciproco, dello scambio tra le culture e della tolleranza; a tale fine promuove e favorisce iniziative volte all’accoglienza, alla tutela della cultura e della lingua d’origine e alla realizzazione di attività interculturali comuni.

ARTICOLO 7

“Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modifiche dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.”

Lo stato italiano regola i rapporti con ciascuna confessione religiosa attraverso una serie di accordi (principio pattizio) disciplinati, in vario modo, dalla Costituzione, a seconda che si tratti di confessioni cattoliche o confessioni diverse dalla cattolica( principio del doppio binario).

I rapporti tra Stato italiano e Santa Sede sono stati regolati dai Patti Lateranensi, definiti veri e propri accordi internazionali , in quanto alla Santa Sede furono riconosciuti i caratteri di indipendenza e di sovranità, tipici di uno Stato.

I Patti Lateranensi, firmati da B.Mussolini e dal Cardinale Gasparri nel 1929, posero fine ad un lungo e astioso contrasto tra il Regno d’ Italia e la Chiesa ( la “questione romana”), culminato il 20 settembre 1870 con la presa di Roma ( Breccia di porta Pia), da parte delle truppe del nascente Stato unitario.

Tali Patti tra Italia e Santa Sede, oltre a confermare il reciproco riconoscimento delle parti come Stati indipendenti e sovrani, sancirono il principio della religione cattolica come religione ufficiale dello Stato italiano, imponendone l’insegnamento in tutte le scuole del Regno.

Questo documento non può essere modificato con legge ordinaria, se le modifiche non siano state concordate tra i due soggetti stipulanti .Se manca un tale accordo , lo Stato deve ricorrere al procedimento previsto per la modifica della Costituzione (art.138).

IL PRINCIPIO DI LAICITA’: il Concordato del 1929 è stato modificato nel 1984 con un nuovo concordato, che ha cancellato il “principio di religione ufficiale”( in quanto obsoleto e discriminatorio) ed ha riconosciuto il “principio di laicità” dello Stato( senza mai menzionarlo esplicitamente!).Dal 1984, infatti, la religione cattolica non è più religione di Stato ed il suo insegnamento nelle scuole non è più obbligatorio. Tutto ciò in attuazione dell’ articolo 8 della Carta costituzionale, che sancisce il principio del “pluralismo confessionale”riconoscendo pari dignità a tutte le confessioni religiose presenti nella penisola.


Articolo 8

“Tutte le confessione religiose sono egualmente libere davanti la legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intense con le relative rappresentanze.”

La norma in esame stabilisce il principio della neutralità dello Stato rispetto alle diverse confessioni religiose esistenti nel proprio territorio, garantendo a ciascuna di esse uguale spazio ed uguale tutela, in esecuzione del principio del pluralismo confessionale e della libertà religiosa (art.3-19 cost.). Tuttavia, l’obbiettivo di un eguale riconoscimento di tutte le confessioni religiose non è stato ancora pienamente raggiunto, a causa dell’influenza storica, politica e culturale della Chiesa cattolica, che ha comportato una maggiore attenzione verso i rapporti con lo Stato del Vaticano. A seguito della revisione del Concordato del 1984 con la Santa Sede, lo Stato italiano ha cominciato a stipulare le intese (ratificate con la legge) con le varie confessioni. Oggi, dunque, alle confessioni acattoliche è riconosciuta piena autonomia e indipendenza, con il “limite” del rispetto dell’ordinamento giuridico italiano e delle norme vigenti (in materia di ordine pubblico e buon costume), pena, la sanzione delle loro illiceità. Il rapporto che si instaura fra lo Stato e le organizzazioni religiose determina le seguenti tipologie di Stato:

  • Stato teocratico→ l’amministrazione dello Stato è gestita direttamente dall’autorità religiosa e i principi della fede religiosa sono tradotti in leggi la cui osservanza è obbligatoria per tutti.
  • Stato confessionale→ impronta il proprio ordinamento giuridico ai principi della religione dominante, che viene riconosciuta come religione di Stato.
  • Stato laico→ è caratterizzata da una netta separazione fra potere religioso e potere politico. rivendica la propria indipendenza da ogni condizionamento religioso e pone tutti i culti esistenti sullo stesso piano, tuttavia tutela il sentimento religioso e salvaguardia “la libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale.”
  • Stato ateo→ Stato che non riconosce alcuna religione e tende a limitare oppure a sopprimere la libertà religiosa.

Articolo 9

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

La promozione della cultura, della ricerca tecnica e scientifica è uno dei maggiori segni di rottura operato dalla Carta costituzionale con il fascismo che, come ogni dittatura, impose una propria “ideologia”e un “cultura di regime”, vietando ogni forma di dialettica e qualsivoglia confronto con diverse ideologie.Questa norma costituzionale sancisce il principio culturale ed ambientalista cui lo Stato deve tendere. Viene posta al fianco dell’ART.117 che attribuisce alle Regioni la promozione e organizzazione delle attività culturali e la ricerca scientifica e tecnologica. La Costituzione proclama l’assoluta libertà della cultura in tutte le forme in cui si esprime, e l’autonomia delle strutture che si dedicano alla promozione della stessa o alla ricerca scientifica e tecnica. L’attività di ricerca è indispensabile per rinnovare i contenuti dell’insegnamento, favorire l’emancipazione professionale dei lavoratori e assicurare una sempre più adeguata sicurezza sociale lavorativa. L’intervento promozionale della Repubblica deve sempre ricercare un equilibrio costituzionalmente compatibile con la libertà della cultura e della ricerca, evitando che queste ultime siano soggette a direttive e imposizioni del potere politico o si sviluppino del tutto sganciate dai problemi della società.

A tal proposito la Costituzione garantisce: libertà di espressione e di insegnamento. (Art.33)

Una novità della Costituzione deriva dall’ importanza che riveste l’ intervento dello Stato in favore della ricerca scientifica per garantire la crescita culturale, umana e sociale dei cittadini , al fine di conservare la competitività con i Paesi scientificamente e tecnologicamente avanzati.

Il secondo comma tutela il paesaggio , concetto che ha subito, specie nell’ ultimo ventennio,una profonda evoluzione in relazione a quanto disposto nell’ art.32 ( tutela della salute pubblica) che consente attualmente di definire in modo più appropriato di “tutela ambientale”.

Al tempo dell’Assemblea Costituente (1946), infatti,non presentandosi gli attuali problemi ecologici, il legislatore si concentrò unicamente sulle “BELLEZZE NATURALI” la cui tutela si riduceva alla loro conservazione secondo la legge Bottai del 1939. Il termine PAESAGGIO, alla luce dei tempi attuali e delle relative problematiche ambientali, si intende nel senso più ampio di AMBIENTE NATURALE che va tutelato per la salvaguardia del paese e del pianeta.

“L’arte e la scienza sono al servizio dell’umanità.  Esse  accrescono libertà allo spirito umano, ma di  libertà hanno innanzitutto bisogno: e non possono degnamente e utilmente operare se costretti a fini determinati e condizionati. Lo Stato non è un’arte, come non ha una scienza; ma dell’arte e della scienza si giova per i suoi fini nazionali e sociali. Ha il dovere di proteggerle in ogni modo e di servirsene, ma ha pure il dovere di lasciare che esse si sviluppino libere e padrone di sé oltre e dentro la scuola.”

(On. C. Marchesi)

Concetto Marchesi, membro della I sottocommisione, preposta ai lavori in seno all’Assemblea Costituente, si batté perché nella Costituzione fosse presente un articolo che difendesse il patrimonio artistico. Molti costituenti espressero dubbi in merito all’opportunità di inserire un tale principio ma Marchesi non si arrese, affermando che lo Stato dovesse farsi carico di prendere tutte le misure necessarie affinché qualsiasi monumento importante non andasse distrutto. Dopo lunghi dibattiti l’articolo, inizialmente proposto poi cancellato, venne ripristinato per poi essere collocato tra i principi fondamentali dell’attuale articolo 9.
L’evoluzione relativa all’attuazione dell’articolo 9 della Costituzione è stata molto intensa, soprattutto negli ultimi anni, con diversi interventi relativi alla definizione di “bene culturale”. La legge Bottai del 1939 definiva i beni culturali “cosa d’arte”, mentre una legge successiva qualificava come “bellezze naturali” quelle che riguardavano la tutela dell’ambiente. Nel nostro Paese possiamo tuttavia affermare che nei vent’anni successivi al 1948 si registrò una scarsa attenzione verso i sempre più emergenti problemi di tutela del patrimonio storico, artistico e paesaggistico. Solo con la legge n. 310 del 1964 si istituì una “Commissione di indagine per la tutela per le cose di interesse storico, archeologico, artistico e del paesaggio”. Dopo circa un decennio di indagini, si giunse all’istituzione, nel 1975, del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali: le “antichità e belle arti” divennero “Beni Culturali”.
Il D.P.R. 14 gennaio 1972 n.3 trasferÌ alle Regioni la competenza in materia di interventi per la protezione della natura, le riserve e i parchi naturali.
Con D.M. 5 marzo 1992 venne costituito, in collegamento con il Ministero per i beni culturali e ambientali, il Comando Carabinieri per la tutela del patrimonio artistico.
Nel 1999 si giunse al riordino di tutta la normativa vigente nel Testo unico sui beni culturali in cui si definisce il concetto di bene culturale.
Si evidenziano qui due linee di pensiero: la concezione reale e normativa dei beni culturali, secondo cui sono beni culturali solo le categorie di cose espressamente individuabili in base a esistenti norme di legge.
La concezione unitaria, per cui sono beni culturali tutte le testimonianze aventi valore di civiltà.


Nel 2004 venne istituito il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. In primo luogo il nuovo statuto di bene culturale venne incentrato sulla “regolamentazione” amministrativa della conservazione e della circolazione.
In secondo luogo, nel Codice venne ipotizzato un sistema policentrico dei beni culturali in cui lo Stato ebbe la facoltà di decentrare funzioni alle regioni e agli enti locali e di cogestire servizi museali di eccellenza.
In terzo luogo, il Codice sancì la limitazione della gestione pubblica dei musei e dei servizi di fruizione dei beni culturali di proprietà pubblica.
In quarto luogo il Codice segnò l’abbandono del concetto di “bene ambientale” per la nozione di “paesaggio”, correlato alla pianificazione urbanistica.
Una norma del 2014, conosciuta come “Art Bonus”, ha introdotto un credito di imposta per le erogazioni in denaro a sostegno della cultura e dello spettacolo nell’ambito delle “Disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo”.
Si tratta di un sussidio di 500 euro per i diciottenni da spendere nell’acquisto di beni e servizi culturali.
A difesa del patrimonio culturale nel 2017 è stato approvato un provvedimento che ha introdotto il nuovo titolo VIII-bis del codice penale rubricato “ Dei delitti contro il patrimonio culturale”
La stessa norma ha inoltre inasprito severamente le pene collegate alla commissione dei reati contro il patrimonio culturale e paesaggistico italiano.