Articolo 8

“Tutte le confessione religiose sono egualmente libere davanti la legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intense con le relative rappresentanze.”

La norma in esame stabilisce il principio della neutralità dello Stato rispetto alle diverse confessioni religiose esistenti nel proprio territorio, garantendo a ciascuna di esse uguale spazio ed uguale tutela, in esecuzione del principio del pluralismo confessionale e della libertà religiosa (art.3-19 cost.). Tuttavia, l’obbiettivo di un eguale riconoscimento di tutte le confessioni religiose non è stato ancora pienamente raggiunto, a causa dell’influenza storica, politica e culturale della Chiesa cattolica, che ha comportato una maggiore attenzione verso i rapporti con lo Stato del Vaticano. A seguito della revisione del Concordato del 1984 con la Santa Sede, lo Stato italiano ha cominciato a stipulare le intese (ratificate con la legge) con le varie confessioni. Oggi, dunque, alle confessioni acattoliche è riconosciuta piena autonomia e indipendenza, con il “limite” del rispetto dell’ordinamento giuridico italiano e delle norme vigenti (in materia di ordine pubblico e buon costume), pena, la sanzione delle loro illiceità. Il rapporto che si instaura fra lo Stato e le organizzazioni religiose determina le seguenti tipologie di Stato:

  • Stato teocratico→ l’amministrazione dello Stato è gestita direttamente dall’autorità religiosa e i principi della fede religiosa sono tradotti in leggi la cui osservanza è obbligatoria per tutti.
  • Stato confessionale→ impronta il proprio ordinamento giuridico ai principi della religione dominante, che viene riconosciuta come religione di Stato.
  • Stato laico→ è caratterizzata da una netta separazione fra potere religioso e potere politico. rivendica la propria indipendenza da ogni condizionamento religioso e pone tutti i culti esistenti sullo stesso piano, tuttavia tutela il sentimento religioso e salvaguardia “la libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale.”
  • Stato ateo→ Stato che non riconosce alcuna religione e tende a limitare oppure a sopprimere la libertà religiosa.

Articolo 9

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

La promozione della cultura, della ricerca tecnica e scientifica è uno dei maggiori segni di rottura operato dalla Carta costituzionale con il fascismo che, come ogni dittatura, impose una propria “ideologia”e un “cultura di regime”, vietando ogni forma di dialettica e qualsivoglia confronto con diverse ideologie.Questa norma costituzionale sancisce il principio culturale ed ambientalista cui lo Stato deve tendere. Viene posta al fianco dell’ART.117 che attribuisce alle Regioni la promozione e organizzazione delle attività culturali e la ricerca scientifica e tecnologica. La Costituzione proclama l’assoluta libertà della cultura in tutte le forme in cui si esprime, e l’autonomia delle strutture che si dedicano alla promozione della stessa o alla ricerca scientifica e tecnica. L’attività di ricerca è indispensabile per rinnovare i contenuti dell’insegnamento, favorire l’emancipazione professionale dei lavoratori e assicurare una sempre più adeguata sicurezza sociale lavorativa. L’intervento promozionale della Repubblica deve sempre ricercare un equilibrio costituzionalmente compatibile con la libertà della cultura e della ricerca, evitando che queste ultime siano soggette a direttive e imposizioni del potere politico o si sviluppino del tutto sganciate dai problemi della società.

A tal proposito la Costituzione garantisce: libertà di espressione e di insegnamento. (Art.33)

Una novità della Costituzione deriva dall’ importanza che riveste l’ intervento dello Stato in favore della ricerca scientifica per garantire la crescita culturale, umana e sociale dei cittadini , al fine di conservare la competitività con i Paesi scientificamente e tecnologicamente avanzati.

Il secondo comma tutela il paesaggio , concetto che ha subito, specie nell’ ultimo ventennio,una profonda evoluzione in relazione a quanto disposto nell’ art.32 ( tutela della salute pubblica) che consente attualmente di definire in modo più appropriato di “tutela ambientale”.

Al tempo dell’Assemblea Costituente (1946), infatti,non presentandosi gli attuali problemi ecologici, il legislatore si concentrò unicamente sulle “BELLEZZE NATURALI” la cui tutela si riduceva alla loro conservazione secondo la legge Bottai del 1939. Il termine PAESAGGIO, alla luce dei tempi attuali e delle relative problematiche ambientali, si intende nel senso più ampio di AMBIENTE NATURALE che va tutelato per la salvaguardia del paese e del pianeta.

“L’arte e la scienza sono al servizio dell’umanità.  Esse  accrescono libertà allo spirito umano, ma di  libertà hanno innanzitutto bisogno: e non possono degnamente e utilmente operare se costretti a fini determinati e condizionati. Lo Stato non è un’arte, come non ha una scienza; ma dell’arte e della scienza si giova per i suoi fini nazionali e sociali. Ha il dovere di proteggerle in ogni modo e di servirsene, ma ha pure il dovere di lasciare che esse si sviluppino libere e padrone di sé oltre e dentro la scuola.”

(On. C. Marchesi)

Concetto Marchesi, membro della I sottocommisione, preposta ai lavori in seno all’Assemblea Costituente, si batté perché nella Costituzione fosse presente un articolo che difendesse il patrimonio artistico. Molti costituenti espressero dubbi in merito all’opportunità di inserire un tale principio ma Marchesi non si arrese, affermando che lo Stato dovesse farsi carico di prendere tutte le misure necessarie affinché qualsiasi monumento importante non andasse distrutto. Dopo lunghi dibattiti l’articolo, inizialmente proposto poi cancellato, venne ripristinato per poi essere collocato tra i principi fondamentali dell’attuale articolo 9.
L’evoluzione relativa all’attuazione dell’articolo 9 della Costituzione è stata molto intensa, soprattutto negli ultimi anni, con diversi interventi relativi alla definizione di “bene culturale”. La legge Bottai del 1939 definiva i beni culturali “cosa d’arte”, mentre una legge successiva qualificava come “bellezze naturali” quelle che riguardavano la tutela dell’ambiente. Nel nostro Paese possiamo tuttavia affermare che nei vent’anni successivi al 1948 si registrò una scarsa attenzione verso i sempre più emergenti problemi di tutela del patrimonio storico, artistico e paesaggistico. Solo con la legge n. 310 del 1964 si istituì una “Commissione di indagine per la tutela per le cose di interesse storico, archeologico, artistico e del paesaggio”. Dopo circa un decennio di indagini, si giunse all’istituzione, nel 1975, del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali: le “antichità e belle arti” divennero “Beni Culturali”.
Il D.P.R. 14 gennaio 1972 n.3 trasferÌ alle Regioni la competenza in materia di interventi per la protezione della natura, le riserve e i parchi naturali.
Con D.M. 5 marzo 1992 venne costituito, in collegamento con il Ministero per i beni culturali e ambientali, il Comando Carabinieri per la tutela del patrimonio artistico.
Nel 1999 si giunse al riordino di tutta la normativa vigente nel Testo unico sui beni culturali in cui si definisce il concetto di bene culturale.
Si evidenziano qui due linee di pensiero: la concezione reale e normativa dei beni culturali, secondo cui sono beni culturali solo le categorie di cose espressamente individuabili in base a esistenti norme di legge.
La concezione unitaria, per cui sono beni culturali tutte le testimonianze aventi valore di civiltà.


Nel 2004 venne istituito il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. In primo luogo il nuovo statuto di bene culturale venne incentrato sulla “regolamentazione” amministrativa della conservazione e della circolazione.
In secondo luogo, nel Codice venne ipotizzato un sistema policentrico dei beni culturali in cui lo Stato ebbe la facoltà di decentrare funzioni alle regioni e agli enti locali e di cogestire servizi museali di eccellenza.
In terzo luogo, il Codice sancì la limitazione della gestione pubblica dei musei e dei servizi di fruizione dei beni culturali di proprietà pubblica.
In quarto luogo il Codice segnò l’abbandono del concetto di “bene ambientale” per la nozione di “paesaggio”, correlato alla pianificazione urbanistica.
Una norma del 2014, conosciuta come “Art Bonus”, ha introdotto un credito di imposta per le erogazioni in denaro a sostegno della cultura e dello spettacolo nell’ambito delle “Disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo”.
Si tratta di un sussidio di 500 euro per i diciottenni da spendere nell’acquisto di beni e servizi culturali.
A difesa del patrimonio culturale nel 2017 è stato approvato un provvedimento che ha introdotto il nuovo titolo VIII-bis del codice penale rubricato “ Dei delitti contro il patrimonio culturale”
La stessa norma ha inoltre inasprito severamente le pene collegate alla commissione dei reati contro il patrimonio culturale e paesaggistico italiano.

Articolo 10

“L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.[cfr. art. 26]”.

Il I comma implica il rispetto da parte della Repubblica italiana delle norme del diritto internazionale: 

  • sia scritte, attraverso la stipulazione di trattati internazionali
  • sia non scritte, come norme consuetudinarie originate da comportamenti costantemente ripetuti nel tempo e accettate dalla maggioranza degli stessi.

Questa disposizione non riguarda la ratifica dei trattati internazionali, per la quale l’ART.80 prevede un’apposita disciplina.L’Italia ha aderito a trattati internazionali (es. convenzione europea) che proteggono i diritti fondamentali della persona umana in quanto tale, a prescindere dalla sua nazionalità. Quindi, secondo parte della dottrina e alla luce di una certa giurisprudenza costituzionale, la titolarità dei diritti di libertà non è limitata ai soli cittadini italiani,ma è estesa anche agli stranieri. Bisogna ricordare che speciali diritti sono riconosciuti ai cittadini stranieri comunitari (circolare, lavorare e stabilirsi in tutti gli stati membri dell’Unione). Sul piano dei diritti politici il trattato di Maastricht ha istituito una “cittadinanza dell’unione”, che consente, fra l’altro di votare ed essere eletti alle elezioni comunali, a quelle per il Parlamento Europeo, ai cittadini residenti in uno Stato membro diverso dal proprio

Quindi secondo questo articolo nell’ordinamento giuridico italiano la condizione giuridica dello straniero è prevista dalla Costituzione ed è disciplinata dalla Legislazione ordinaria.

Il successivo comma 3 dell’art. 10 stabilisce che lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Il comma 4, infine, vieta l’estradizione per motivi politici, ovvero la consegna da parte dello Stato italiano ad un altro Stato di un individuo condannato o accusato di crimini, commessi o per opporsi a regimi illiberali, o per affermare un diritto di libertà il cui esercizio nel suo Paese è negato.

ARTICOLO 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

La norma implica che il nostro Paese condanna moralmente, politicamente e giuridicamente l’utilizzo della violenza armata come strumento di risoluzione nei conflitti fra i popoli. La norma, pertanto, vieta le guerre di aggressione, cioè i conflitti armati volti a imporre un certo ordinamento ad un’altra popolazione, per il perseguimento di propri interessi.

Il ripudio della guerra nasce dalla volontà di relegare definitivamente al passato il terrore, la morte e la devastazione delle due Guerre Mondiali, la crudeltà della bomba atomica di Hiroshima e l’orrore della Shoah.

Grazie alla seguente norma l’Italia è stata legittimata ad entrare nell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), in quanto il nostro Paese non faceva parte del nucleo di membri originari. Tale adesione richiedeva esplicitamente, come “conditio sine qua non”, che lo Stato si dichiarasse “amante della Pace” , come recita l’ultima parte di questo articolo.

Si è ricorso all’art.11 per consentire l’ingresso dell’Italia nella Comunità Europea , oggi U.E., con due importanti conseguenze:

  1. EFFICACIA DIRETTA di alcune norme europee nel nostro ordinamento (es. regolamenti) senza necessità di procedure interne di adattamento.
  2. PRIMATO DELLE NORME DELL’ U.E. sul diritto interno che tolgono, però, vigore alle norme nazionali in contrasto con la normativa europea, comportano la DISAPPLICAZIONE della legge nazionale contraria alla normativa europea.

ARTICOLO 12

“La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.”

Questo articolo codifica costituzionalmente la foggia della bandiera della Repubblica italiana che, in realtà, era già stata stabilita nel 1946, con un decreto legislativo presidenziale. Nel corso della discussione fu sollevata una sola questione, che riguardava l’eventuale possibilità di apporre uno stemma nella banda centrale bianca della bandiera; così accadeva ad esempio per il precedente “tricolore”, approvato nel 1925 in epoca fascista, che aveva al centro lo stemma della casa regnante. L’Assemblea Costituente, però, decise per il “tricolore puro e schietto”.
Le origini del “tricolore” risalgono alla Repubblica cispadana: fu nel 1797 che il Parlamento decise, come colori della bandiera, il verde, il bianco e il rosso. Il “tricolore”, con al centro lo “scudo di Savoia”, ricomparve durante la Prima Guerra d’Indipendenza (1848-49); nel 1861, proclamato il Regno d’Italia, la bandiera prescelta fu proprio il “tricolore” memore di quella guerra.

I tre colori simboleggiano:

  • Il verde come le nostre pianure, foriero di speranza
  • Il bianco come le nevi delle Alpi e degli Appennini, simbolo di fede
  • Il rosso come il sangue versato dai nostri compatrioti per l’unione della nostra terra, segno d’amore per la patria.

IL PADRE COSTITUENTE DELL’ARTICOLO 1

AMINTORE FANFANI


“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Nella nostra formulazione l’espressione democratica vuole indicare i caratteri tradizionali, i fondamenti di libertà e di uguaglianza, senza dei quali non vi è democrazia. Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui. Niente pura esaltazione della fatica muscolare, come superficialmente si potrebbe immaginare, del puro sforzo fisico; ma affermazione del dovere di ogni uomo di essere quello che ciascuno può in proporzione dei talenti naturali, sicché la massima espansione di questa comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere, il massimo contributo alla prosperità comune”.
22 marzo 1947
Assemblea Costituente

Amintore Fanfani nacque in provincia di Arezzo il 6 Febbraio 1908 . Studió Economia e Commercio all’università Cattolica di Milano dove si laureó nel 1930. All’università Cattolica conobbe Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira , i tre studiarono e discussero sul ruolo che avrebbe assunto il partito che nel 1942 sarebbe diventato la Democrazia Cristiana . Durante la campagna elettorale Dossetti espresse il proprio desiderio di diventare prete .Dopo l’armistizio del 1943 e fino al 1945, Fanfani scappó in Svizzera per sottrarsi alla rappresaglia nazifascista, dove organizzó corsi universitari per i rifugiati italiani.
Il 2 Giugno 1946 fu eletto membro dell’Assemblea Costituente , da questo momento in poi assunse varie cariche: Ministro del lavoro (1947-1950),Ministro dell’agricoltura,(1951-1953) Ministro dell’interno (1953-1954) durante i governi di De Gasperi e Pella. Egli non riuscì a formare un governo e, nel luglio del 1954, fu eletto segretario del partito. Nel 1958 diede vita ad un governo bicolore DC-PSDI, nel febbraio 1959, in seguito alla scissione della corrente democratica di cui era leader , si dimise da entrambe le cariche. Il terzo governo Fanfani e il quarto formarono i governi di centro-sinistra . Nel 1964 si candidó come Presidente della Repubblica e non fu eletto. Divenne Ministro degli esteri e Presidente della ventesima assemblea generale delle nazioni unite .
Nel 1968 fu eletto come presidente del Senato . Nel 1972 fu eletto senatore a vita e nel giugno 1973 fu rieletto segretario della Democrazia Cristiana, che guidó nello scontro referendario per l’abrogazione della legge sul divorzio. Nel dicembre 1982 fu presidente del Consiglio di un governo quadripartito . Dall’aprile 1987 fu presidente del sesto governo . Fu presidente del Senato per cinque legislature, si impegnò intensamente per rinnovare e regolamentare l’Istituzione, diede vita a riforme ancora oggi in vigore al fine di valorizzare le funzioni parlamentari e di adeguarle alle trasformazioni della società. Aderì al Partito popolare italiano nel 1994. Morì a Roma nel 1999.

Da questo intervento di Amintore Fanfani emerge la sua concezione del lavoro e il suo contributo alla redazione delle disposizioni Costituzionali che fanno riferimento al lavoro. Per Fanfani il lavoro rappresentava non soltanto uno strumento per l’ottenimento di un reddito in grado di garantire benessere o almeno dignitosa sopravvivenza, ma un fattore indispensabile per la realizzazione della persona e per la costruzione di unità e coesione sociale. Le disposizioni costituzionali non sono semplici dichiarazioni di desiderio, ma servono proprio a garantire il lavoro.
Per Fanfani, in una economia sociale di mercato come la nostra, non può esserci spazio per lavori aleatori o che generano isolamento e disarticolano la società.
Egli inoltre sostiene che il potere è fondato nel popolo, deriva dal popolo ed è il popolo il giudice ultimo di come i poteri sono esercitati. Attraverso il voto si chiede conto di come si è governato.
L’attività politica di Amintore Fanfani, caratterizzata da fede, tenacia e moralità , muove dalla ricostruzione post-bellica, attraverso la partecipazione all’Assemblea Costituente, e prosegue fino quasi all’inizio dell’era dalla globalizzazione.
Grazie alla sua capacità di visione e alla sua determinazione ha potuto realizzare straordinari programmi di intervento pubblico a sostegno dell’occupazione e delle classi meno abbienti. Primo fra tutti il piano di edilizia popolare “Ina-casa”, del quale seguì con estrema attenzione non solo l’iter di approvazione da parte delle Camere, ma anche tutti le fasi successive della sua attuazione.
L’ampiezza dell’orizzonte culturale ha contraddistinto tutta la sua attività di storico dell’economia e di uomo politico. In Fanfani il convinto meridionalismo coincise con un forte europeismo, perché l’Europa unita rappresentava per lui il compimento del movimento dei popoli che aveva condotto alla formazione degli Stati nazionali, il punto d’approdo di quel percorso che in Italia aveva trovato il suo momento decisivo nello sbarco dei Mille.

PADRE COSTITUENTE DELL’ ARTICOLO 2

GIORGIO LA PIRA

Una foto di archivio di Giorgio La Pira. ARCHIVIO ANSA

I diritti della persona umana non sono integralmente tutelati se non sono tutelati anche i diritti delle comunità nelle quali la persona umana si espande. La struttura della Costituzione deve essere conforme alla struttura reale del corpo sociale: poiché questa struttura è organica e si svolge per la comunità, la medesima organicità sarebbe bene proiettare nella Costituzione, in modo che questa sia lo specchio della realtà sociale.” 
30 luglio 1946 
1ª Sottocommissione della Commissione della Costituzione

Giorgio La Pira nasce a Pozzallo, in provincia di Ragusa, il 9 gennaio 1904. Si diploma in ragioneria, consegue poi la maturità classica e si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza. Nel 1926 si trasferisce poi a Firenze, per seguire il Professor Betti, relatore della sua tesi di laurea all’università di giurisprudenza dove egli vince successivamente la Cattedra di Diritto Romano. Nel 1939 fonda e dirige la rivista “Principi” che viene soppressa dal regime fascista. Ricercato dalla polizia, egli si nasconde prima nei dintorni di Siena poi a Roma dove viene eletto deputato dall’Assemblea Costituente. Eletto Sindaco di Firenze dal 1951 al 1956, La Pira lotta contro la disoccupazione e i licenziamenti; straordinario è il suo impegno per l’edilizia popolare pubblica e per gli incontri internazionali di Firenze. Due anni dopo viene nuovamente eletto alla Camera dei Deputati. Dal 1967 al 1975 esercita un’intensa attività internazionale e viene eletto Presidente della Federazione Mondiale delle Città Unite, si impegna per il dialogo in Europa, per il Medio Oriente, per la decolonizzazione. Nel 1965 a Firenze si tiene un convegno per la pace in Vietnam. Dal convegno ha origine il viaggio ad Hanoi di La Pira, nel corso del quale incontra Ho Chi Minh e Pham Van Dong, e la successiva proposta di pace trasmessa al governo americano tramite Fanfani, in quel momento Presidente dell’Assemblea generale dell’ONU. La Pira partecipa nei primi anni Settanta alle iniziative per le conferenze di convergenza, come quella di Helsinki per la sicurezza e cooperazione in Europa (CSCE) del 1973, quella di Parigi sulla fine della guerra e il mantenimento della pace in Vietnam. La Pira è stato tra i componenti del comitato promotore del referendum abrogativo della legge che nel introdusse in Italia il divorzio. Muore a Firenze, il 5 novembre 1977.

I PADRI COSTITUENTI DELL’ ARTICOLO 3

Lelio Basso

“Nella società italiana ci sono forti tendenze all’autoritarismo. La nostra classe dirigente è troppo arretrata politicamente, troppo paurosa di affrontare il libero confronto democratico, e in fondo sempre nostalgica di un regime autoritario”

Lelio Basso nacque il 25 dicembre del 1903 a Varazze( SV), da una famiglia della borghesia liberale. Nel 1921 si iscrisse alla Facoltà di Legge dell’Università di Pavia e nel 1925 si laureò in legge con una tesi sul concetto di libertà del pensiero marxista che studiò attentamente al fianco di Piero Gobetti. Aderì al Partito Socialista Italiano diventando ben presto un antifascista, ciò lo porterà ad essere arrestato nell’aprile 1928 e internato sull’isola di Ponza, dove studierà Filosofia laureandosi nel 1931.
La vita di Lelio Basso fu una miscela di attività e ricerca intellettuale su scala internazionale. È stato un esperto e un interprete del lavoro di Marx adottando un approccio originale nella sua rielaborazione della visione del socialismo e attingendo a diverse linee di pensiero che venivano dalla sfera del pensiero democratico,(la tradizione democratica francese, il “socialismo accademico” tedesco, il pensiero socialista italiano ). Nel pensiero di Basso i principi della democrazia e del socialismo sono strettamente collegati: la teoria del potere democratico e la teoria marxista della rivoluzione non sono scindibili, poiché la lotta per la democrazia e la lotta per il socialismo sono rispettivamente mezzo e fine. Il suo pensiero presuppone il recupero storiografico e teorico del nucleo della concezione marxiana della rivoluzione, cioè del concetto di rivoluzione come processo: la logica antagonistica costituisce, pertanto, la conditio sine qua non per contrastare le tendenze regressive dell’economia capitalistica e sviluppare la consapevole partecipazione di massa: la democrazia.
Nel 1946 divenne deputato dell’Assemblea Costituente e fece parte della Commissione, formata da 75 membri incaricata di scrivere il testo della Costituzione dedicando il suo impegno,in particolar modo, per gli articoli 3 e 49. Per più di vent’anni fu eletto alla Camera dei deputati, mentre dal 1972 al 1976 fu eletto senatore. Al momento delle dimissioni di Saragat, Basso divenne Segretario del PSI fino al congresso di Genova (1948). Egli era convinto che il partito fosse uno strumento di diffusione della democrazia fondata sulla partecipazione attiva volta a sconfiggere la passività del fascismo. Il suo obiettivo era quello di eliminare il progetto socialdemocratico dei ceti medi e superare il modello comunista, troppo burocratico. Il partito ideale di Basso doveva essere formato da quadri ideologicamente preparati, consapevoli del proprio ruolo e capaci di diffondere i valori della partecipazione e del socialismo. Basso fu membro della sinistra del PSI dal 1959. Nel dicembre 1963 egli fece una dichiarazione di voto alla Camera, sottoscritta da 24 membri della minoranza del gruppo parlamentare socialista, contro il primo governo di Centro-Sinistra. Questo gesto gli fece guadagnare la sospensione dal partito e nel gennaio 1964 partecipò all’assemblea Costituente del nuovo PSIUP( Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria)
Lelio Basso fondò e scrisse per numerose pubblicazioni internazionali. Era famoso in tutta Europa in qualità di avvocato penalista.
Morì a Roma il 16 dicembre 1978.

Nilde iotti

“La Costituzione non ha e non può avere né un’ideologia né una filosofia di parte”

Nilde Iotti è stata una donna che per tutta la sua vita ha lottato contro la discriminazione delle donne, il suo unico obiettivo infatti era raggiungere l’equità tra uomo e donna in ogni ambito. Fu dunque la prima parlamentare ad essere eletta Presidente della Camera dei Deputati in Italia.
Nacque a Reggio Emilia nel 1920. Il padre faceva parte del movimento operaio socialista, perciò venne perseguitato durante il fascismo. Alla morte del padre, la madre iniziò a  lavorare  per far terminare a Nilde il suo percorso di studi in modo da assicurarle un futuro, nonostante il lavoro alle donne fosse vietato dalle leggi fasciste. Già da giovane dimostrò di essere convinta dei suoi ideali, collaborò con l’organizzazione dei gruppi di difesa delle donne e a soli 25 anni divenne segretario provinciale dell’ Unione Donne in Italia. Nilde allora ottenne sempre più successo, per l’impegno e le capacità dimostrate in questi anni così ebbe inizio la sua carriera politica:
-nel 1946 fu eletta come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano
-dal 1946 al 1999 divenne deputata dell’Assemblea Costituente.
-entró a far parte della Commissione della Costituzione, in particolare partecipò alla stesura della parte riguardante i diritti e i doveri dei cittadini.
Nilde Lotti  era interessata principalmente all’uguaglianza tra uomo e donna e ai diritti delle donne, ma anche al diritto alla libertà e alla dignità.
Lei stessa affermò, durante un suo discorso, che siccome le donne avevano ottenuto il diritto di voto come gli uomini allora dovevano essere eguali in ogni altro ambito, dovevano finalmente uscire dallo stato di arretratezza a causa del ruolo che era stato dato loro nel tempo e riacquistare una propria dignità e personalità.

Giuseppe Di Vittorio e l’art.4

Risultato immagini per citazione giuseppe di vittorio

Giuseppe di Vittorio afferma che la Costituzione fallirebbe se non affermasse il diritto al lavoro dei cittadini ,ma affermare il diritto al lavoro significa che lo Stato si assume un impegno per creare delle condizioni di vita sociale tali che il cittadino possa avere un lavoro.

Giuseppe Di Vittorio (Cerignola, 11 agosto 1892 – Lecco, 3 novembre 1957) è stato un sindacalista, politico e antifascista italiano. Fra gli esponenti più autorevoli del sindacato italiano del secondo dopoguerra, a differenza di molti altri sindacalisti non aveva origini operaie ma contadine, nato in una famiglia di braccianti, il gruppo sociale più numeroso alla fine dell’Ottocento in Puglia.

Costretto a fare il bracciante, a causa della morte del padre per un incidente sul lavoro nel 1902, dopo avere appena imparato a leggere e scrivere sommariamente, teneva un quaderno in cui annotava termini ignoti che udiva, mettendo da parte faticosamente i soldi per acquistare un vocabolario. Già negli anni dell’adolescenza, a 12 anni circa, aveva iniziato un’intensa attività politica e sindacale con Aurora Tasciotti. Inizialmente di idee anarchiche, passò poi al socialismo e ,a 15 anni, fu tra i promotori del Circolo giovanile socialista della città, mentre nel 1911 passò a dirigere la Camera del Lavoro di Minervino Murge.

Nel 1946 fu eletto deputato dell’Assemblea costituente. Nel 1953 venne eletto presidente della federazione sindacale mondiale. Morì nell’inverno 1899 per la febbre contratta nel tentativo di salvare il bestiame affidatogli durante una alluvione. Negli anni a seguire egli è ricercato dalla polizia e nel 1921 viene detenuto nel carcere di Lucera.

I PADRI COSTITUENTI DELL’ARTICOLO 5

BARTOLOMEO RUINI

“Piana, semplice, comprensibile anche alla gente del popolo”

Bartolomeo Ruini, anche noto come Meuccio Ruini, nacque a Reggio Emilia il 14 dicembre 1877. Dopo essersi laureato in giurisprudenza nel 1889 con una tesi di filosofia sui rapporti tra stato e società, fu consigliere comunale a Roma, consigliere provinciale a Reggio Emilia e nel 1913 divenne deputato. Nel 1924 Meuccio Ruini fu tra i principali promotori del movimento politico “Unione Nazionale” il cui fine era creare una ferma opposizione al fascismo. Nel 1942 fondò il “Partito della Democrazia del Lavoro”, e ne fu il rappresentante all’ interno del Comitato delle forze antifasciste, successivamente chiamato C.L. N (comitato di liberazione nazionale), di cui Meuccio stesso fu promotore.
Il ruolo che Ruini tenne all’interno del C.L.N. gli permise di essere scelto per la Presidenza della “Commissione dei 75”, incaricata di redigere il testo costituzionale.
Nel 1975, dopo 4 anni di assenza dalle scene politiche e nel decennale della Costituzione, il Governo realizzò il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e ne affidò la Presidenza proprio a Ruini.
Il 2 marzo 1963, per decisione del Presidente della Repubblica Segni, venne nominato senatore a vita “per altissimi meriti nel campo scientifico e sociale”.
Oltre all’attività politica, Meuccio Ruini pubblicò numerose opere su argomenti storici e giuridici.
Morì a Roma il 6 marzo 1970. La salma fu inumata al cimitero di Canossa.
Meuccio Ruini fu nominato, in seno ai lavori per la redazione della carta Costituzionale, Presidente della Commissione. Ruini avrebbe preferito una Commissione meno numerosa, di solo 25 membri circa, ma riconobbe che per rappresentare le varie tendenze c’era bisogno di un numero più elevato.
Probabilmente all’ inizio si pensò di attribuire alla Commissione dei “75” un ruolo esclusivamente tecnico e di lasciare all’Assemblea le grandi scelte politiche. I fatti però presero una svolta improvvisa a causa delle grandi personalità di spicco che erano presenti all’interno della Commissione e per le quali l’asse politico si spostò all’interno della Commissione. Infatti, come lo stesso Ruini dice, nella commissione c’erano i dirigenti di quasi tutti i partiti, gli esponenti delle organizzazioni operaie, i giuristi e il fiore dei costituzionalisti italiani. Non era una Commissione di incompetenti.”
Ruini cercò subito di imprimere ai lavori un ritmo efficiente e di tracciare le linee generali del lavoro.

COSTANTINO MORTATI

“La costituzione dell’ente Regione ha come suo scopo il decentramento” 26 novembre 1946

Costantino Mortati nacque a Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza nel 1891. E’ uno dei padri fondatori della nostra Costituzione ed è considerato uno dei più autorevoli costituzionalisti italiani. Si laurea in Giurisprudenza nel 1914, in Filosofia nel 1917 e in Scienze politiche nel 1930. Ottiene la cattedra di Diritto Costituzionale presso l’ Università di Messina, poi a Macerata, quella di Diritto Pubblico a Napoli e, infine, insegna Diritto Costituzionale Comparato a La Sapienza a Roma. Divenuto deputato dell’Assemblea Costituente nel 1946 fece in modo che l’articolo 5 della Costituzione fosse spostato dal Titolo V alla prima parte della Costituzione in quanto lo riteneva di fondamentale unicità e indivisibilità. Ricoprì il ruolo di Segretario della Corte dei Conti, successivamente giudice della Corte Costituzionale e ,infine, Vice Presidente. Morì a Roma nel 1975.
Mortati cercò di unire, sulla base della conoscenza della letteratura internazionale e tedesca, i due pilastri del diritto pubblico italiano in una precisa teoria della costituzione, nell’ ambito della fase del cosiddetto ius publicum europaeum, fondato sullo Stato nazionale.
Il suo rilevante contributo alla redazione della Carta Costituzionale lo si evince da una sua opera, edita nel 1945: “La costituente: la teoria, la storia, il problema italiano”. E’ di straordinaria attualità la sua attenta analisi delle insufficienze dello Stato Italiano!