IL PADRE COSTITUENTE DELL’ARTICOLO 6

EMILIO LUSSU

“Noi comprendiamo le esigenze delle Regioni di confine; noi sentiamo perfettamente che entriamo in un problema estremamente delicato ed al quale dobbiamo essere particolarmente sensibili. Dobbiamo far comprendere a quelle Regioni, che non hanno svolto nessuna attività particolare per ottonere statuti speciali, che il pensiero dell’Assemblea comprende perfettamente queste esigenze e cerca di risolverle”. 
1° luglio 1947
 Assemblea Costituente

Dopo l’assassinio di Carlo Rosselli nel 1937, ereditò il timone del Movimento, del quale evitò la dispersione, specialmente nel difficile periodo dell’offensiva tedesca in Francia. Iniziò, così, il periodo della “diplomazia clandestina”, durante il quale tentò di proporre agli Alleati il progetto di un colpo di mano che permettesse di far crollare il regime fascista a partire dall’insurrezione della Sardegna. Durante la seconda guerra mondiale in Italia, nel frattempo, alcuni componenti di G.L. (giustizia e libertà), il 4 giugno 1942, avevano fondato il Partito d’Azione.Lussu non dimenticò mai le sue radici sarde e in Parlamento si adoperò strenuamente affinché al popolo sardo venisse riconosciuta una migliore condizione di vita sia economica sia sociale, in particolare per le classi lavoratrici e proletarie della sua terra, impegnandosi in un movimento socialista “sardista” e federalista. Eletto componente dell’Assemblea Costituente, fece parte della Commissione dei Settantacinque. Si occupò in particolare delle autonomie regionali, partecipò alla stesura dell’ l’articolo 6 presentando numerosi emendamenti diretti a evitare che la maggioranza nazionale potesse limitare i diritti delle minoranze linguistiche in quelle regioni dove queste rappresentavano comunità etniche con proprie radicate tradizioni culturali e linguistiche. Lussu fu eletto altre quattro volte al Senato, tra il 1948 e il 1963, nelle liste del Partito Socialista Italiano (PSI). Nel 1964 partecipò alla scissione del partito da cui nacque il PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) contro la politica di intese con la Democrazia Cristiana avviata da Pietro Nenni.Morì a Roma nel 1975.

Padre costituente articolo 7

Alcide de Gasperi

“Si parla molto di chi va a sinistra o a destra, ma il decisivo è andare avanti e andare avanti vuol dire andare verso la giustizia sociale.”

Alcide de Gasperi è stato un politico italiano nato nel 1881 a Pieve Tesino, in provincia di Trento, regione che a quel tempo apparteneva all’impero austro-asburgico. Studiò presso la facoltà di filosofia dell’università Vienna e proprio qui entrò in contatto con il movimento sociale cristiano.
Dopo l’università ottenne un incarico come direttore del quotidiano “La voce Cattolica”.
In seguito nel 1911 divenne presidente del gruppo dei parlamentari italiano nel governo austriaco, schierandosi per la difesa sull’autonomia della minoranza trentina italiana.
Dopo la prima guerra mondiale fondò, e in seguito ne divenne capo, il partito popolare che però non durò per molto a causa dell’ascesa del fascismo, periodo non particolarmente sereno per Alcide. Si vide infatti costretto a dimettersi, per poi essere arrestato a Firenze e accusato di tentato espatrio. Uscito dal carcere però godeva di protezione da parte di molte persone influenti, tra cui papa Pio XI.
Dopo la seconda guerra mondiale fondò La democrazia Cristiana e ne divenne segretario. Dal 1945 al 1953, dopo essere stato per un anno ministro degli esteri diventa presidente del consiglio dei ministri. Lo definiranno “Presidente della ricostruzione” proprio perché grazie ai suoi solidi principi e valori molari ricostruirà un Italia dignitosa. Fu ricordato come un uomo volto alla realizzazione del concreto, realista e mediatore soprattutto in campo politico.
Tra i suoi tanti impegni ricordiamo: la riforma agraria, l’istituzione della cassa del mezzogiorno, la ricostruzione delle case popolari e la riforma tributaria.

lL “PADRE” DELL’ ARTICOLO 9

CONCETTO MARCHESI

“L’arte e la scienza sono al servizio dell’umanità. Esse accrescono libertà allo spirito umano, ma di libertà hanno innanzitutto bisogno: e non possono degnamente e utilmente operare se costrette a fini determinati e condizionati. Lo Stato non ha un’ arte, come non ha una scienza; ma dell’ arte e della scienza si giova per i suoi fini nazionali e sociali. Ha il dovere di proteggerle in ogni modo e di servirsene, ma ha pure il dovere di lasciare che esse si sviluppino libere e padrone di sé oltre e dentro la scuola.”

Concetto Marchesi nacque nel 1878 a Catania, dove frequentò il liceo classico “Nicola Spedalieri” e fondò, nel 1893, un giornale (Lucifero, in onore di Carducci) di ispirazione libertaria; per l’ articolo di fondo del primo numero, egli dovette scontare un mese di reclusione. Sempre a Catania, si avvicinò al mondo della politica, entrando a far parte del Partito socialista italiano, proseguì gli studi alla facoltà di Lettere. Dopo aver conseguito la laurea in lettere, egli si trasferì in Toscana, dove nel 1906 gli fu assegnata la cattedra di latino e greco nel Liceo classico di Pisa ed esercitò la professione di insegnante fino al 1922 quando, laureatosi in giurisprudenza, cominciò la carriera di avvocato per tutelare il suo futuro con un titolo di studi che gli permettesse l’ esercizio di una professione indipendente dalla politica fascista. Concetto Marchesi scrisse per la rivista “Prometeo” fino al 1924, in seguito egli cercò di allontanarsi dal partito comunista, ma nel 1931 fu costretto a giurare fedeltà al partito fascista, nonostante ciò non si iscrisse mai al partito fascista. Dopo la fine della seconda Guerra Mondiale, divenne un membro dell’ Assemblea Costituente, dove ebbe il compito di redigere articoli sui diritti e doveri dei cittadini e i loro rapporti sociali, insieme ad Aldo Moro. Egli morì a Roma il 12 Febbraio 1957.

IL PADRE COSTITUENTE DELL’ ARTICOLO 10

L’ articolo 12, di stringente attualità, impegna la nostra nazione in una cooperazione internazionale. Tale impegno si realizza attraverso l’emanazione di disposizioni in tutto coincidenti con le norme del diritto internazionale, sia scritte che provenienti dalla consuetudine. Nel nostro paese la condizione giuridica dello straniero residente in Italia è protetta dalla previsione di una riserva rafforzata di legge; il trattamento giuridico a cui viene sottoposto lo straniero non può essere sottoposto all’arbitrio della pubblica amministrazione ma deve essere stabilito dalla legge. Quest’ultima non può, tuttavia, essere meno favorevole di quanto previsto dalle norme di diritto internazionale (leggi sia consuetudinarie che pattizie). Il nostro paese può anche predisporre un trattamento più favorevole nei confronti dello straniero, elevandosi a modello di riferimento per la comunità internazionale. Nel terzo e nel quarto comma, la Repubblica italiana garantisce a tutti i cittadini stranieri, ai quali siano stati negati i diritti e le libertà democratiche nei loro paesi, di poter esercitare tali diritti nel territorio dello Stato italiano, grazie al diritto di asilo. Come conseguenza degli eventi storici, politici e sociali che hanno contraddistinto il Novecento – si pensi ai regimi totalitari, alle guerre mondiali, alla decolonizzazione, alle guerre civili e ai movimenti di liberazione – l’Italia, rientrando nell’ambito delle democrazie occidentali, ha ratificato con la legge del 24 luglio 1954 la Convenzione sullo status dei rifugiati, già siglata a Ginevra il 28 luglio 1951 e il Protocollo relativo allo status di rifugiati, siglato a New York il 31 gennaio 1967 e ratificato dall’Italia il 14 febbraio 1970. L’ attuazione di questa legge non è stata affatto istantanea, causa l’ostilità mostrata dal Presidente Tupini (in carica dal 1946-1947).Pertanto l’approvazione per l’articolo 10 “sui diritti internazionali” fu alquanto dibattuta ma, grazie alla partecipazione di colui che ad oggi è riconosciuto come padre costituente “Mario Cevolotto”, la nostra Costituzione garantisce diritti anche agli stranieri.

Mario Cevolotto

“Ho ritenuto opportuno limitare questa parte generale alla indicazione della forma repubblicana democratica dello Stato, all’affermazione dell’uguaglianza di tutti i cittadini, al richiamo delle norme del diritto internazionale generalmente ammesse come parte integrante del diritto nostro e alla indicazione della bandiera”

4 dicembre 1946

1ª Sottocommissione della Commissione della Costituzione

I PADRI COSTITUENTI DELL’ARTICOLO 11

Giuseppe Dossetti

“Non esiste un modo onorevole di uccidere, né un modo gentile di distruggere. Non c’è niente di buono nella guerra, eccetto la sua fine”.

Giuseppe Dossetti nasce a Genova il 13 febbraio 1913, cresce in Emilia Romagna e vi resta fino al raggiungimento della laurea in giurisprudenza a Bologna per poi trasferirsi a Milano per continuare gli studi presso la Cattolica. Lo scoppio della guerra e il definitivo decadimento del regime non lo lascia indifferente, al contrario, Dossetti, che si definisce un “irriducibile antifascista”, torna in Emilia e prende parte alla lotta partigiana. Pur non essendo comunista e rifiutandosi di imbracciare le armi, diventa presidente del Comitato di Liberazione Nazionale di Reggio. La politica lo conquista. Al termine delle ostilità, diventa vicesegretario della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi e partecipa all’Assemblea Costituente. Dossetti è appassionato, parla di “democrazia sostanziale”, sviluppa uno sguardo attento agli strati più deboli e penalizzati della comunità. Alle elezioni del ‘48 decide di non candidarsi, ma le pressioni di papa Pio XII e del cardinale Montini gli fanno cambiare idea. Una volta eletto, prosegue in Parlamento le sue battaglie: ha un approccio radicale, fondato sull’ideale evangelico. Dinanzi all’impraticabilità della sua proposta e al contrasto con il segretario De Gasperi, politico esperto e pragmatico, nel 1951 si dimette dalla DC, dal Parlamento e dalla vita politica attiva. Torna a Bologna, dove, stimolato dal cardinale Giacomo Lercaro, fonda un centro di studi teologico. Dossetti pensa a un rinnovamento profondo della Chiesa, a un’apertura, attenta e rispettosa, nei confronti della “mondità”. La Piccola Famiglia dell’Annunziata, fondata nel 1956 sulla regola del “silenzio, preghiera, lavoro e povertà”, risponde proprio a questo fine. Già terziario francescano, nel 1959 è nominato sacerdote e, in veste di collaboratore di Lercaro, prende parte al Concilio Vaticano II. La comunità monastica, intanto, cresce, si espande, arriva fino in Terra Santa. Giorno dopo giorno diventa il centro della sua esistenza. In seguito alla rimozione di Lercaro, troppo vicino ai comunisti bolognesi, Dossetti si ritira dalla vita pubblica. Negli ultimi anni, sceglie il silenzio. Si fa sentire solo per difendere la Costituzione e i valori che l’hanno promossa. Si spegne il 15 dicembre 1996. In seguito alla rimozione di Lercaro, Dossetti si ritira dalla vita pubblica decidendo così di restare in silenzio gli ultimi anni della sua vita, rispondendo solo per difendere la Costituzione e i valori che l’hanno promossa. Si spegne il 15 dicembre 1996.

PADRE ARTICOLO 12

PALMIRO TOGLIATTI

“L'articolo così formulato mi sembra insufficiente, in quanto non dice se i colori della bandiera sono disposti nella direzione orizzontale o in quella verticale. Rimane, inoltre, aperto il problema dell'emblema della Repubblica italiana che, se venisse approvato dalla Costituente, dovrebbe occupare il centro della bandiera.”

Benché la figura del grande statista Palmiro Togliatti abbia contribuito alla stesura di altri, certamente più significativi, tra i dodici principi costituzionali, egli ha preso parte, seppure in misura minima, anche al breve dibattito che si è consumato intorno alla stesura dell’articolo 12 in seno all’Assemblea Costituente. Allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale, Togliatti si dichiara interventista, convinto che l’Italia attraverso la partecipazione al conflitto, possa completare il processo risorgimentale. Questa sua posizione si discosta da quella dei suoi compagni di partito, il Partito socialista. Al termine della guerra, in Europa e nel mondo, dilaga il mito della rivoluzione bolscevica che appassiona i lavoratori, che vedono nella vittoria del socialismo l’avvento di un mondo più giusto e più libero.Togliatti inizia a collaborare al giornale “L’Ordine Nuovo” fondato da Gramsci, vicino alle posizioni di Lenin. Togliatti lascia, insieme a Gramsci, il Partito socialista per fondare il Partito Comunista d’Italia, che di lì a poco sarà messo fuori legge dal regime fascista, come tutti gli altri partiti politici presenti in Italia.

I maggiori esponenti del partito sono costretti a fuggire, mentre altri sono incarcerati. Togliatti riesce a scappare in Unione Sovietica nel febbraio 1926. Nello stesso anno Gramsci è arrestato e Togliatti diviene segretario del partito, carica che ricoprirà fino alla morte. Crollato il regime fascista, torna in Italia a bordo della nave Tuscania che attracca a Napoli. Di fronte ai conflitti che agitano il Comitato di Liberazione Nazionale, Togliatti propone ai partiti antifascisti di combattere insieme contro il fascismo e di procrastinare il dibattito circa la questione istituzionale solo a guerra conclusa: è la “Svolta di Salerno”. La sua intuizione lo fa ergere a capo di un movimento che fa della rivoluzione proletaria il suo mito fondativo e lo pone come leader di un nuovo partito che si avvia a diventare un grande partito di massa. Il 2 giugno 1946 Togliatti viene eletto membro dell’Assemblea Costituente; lo stesso anno, in qualità di Ministro della Giustizia, propone l’amnistia per gli ex fascisti. L’anno successivo, durante gli accesi dibattiti in seno all’Assemblea Costituente, Togliatti si batte per l’approvazione dell’articolo 7 della Costituzione che sancisce che i rapporti fra Stato e Chiesa vengano regolati dal Concordato stipulato nel 1929 fra la Santa Sede e il regime fascista. Socialisti e Repubblicani gli rimproverano di non difendere la laicità dello Stato, mentre la Democrazia Cristiana trova in lui un interlocutore importante.

Nella primavera del 1947 tuttavia, si conclude l’esperienza del Partito comunista al governo: anche in Italia è iniziata la “guerra fredda” e De Gasperi estromette i partiti di sinistra dalla compagine governativa. Nelle elezioni politiche del 1948, le prime elezioni libere dopo il ventennio fascista, il Partito comunista e Il Partito socialista alleati nel Fronte Democratico Popolare, perdono le elezioni: il risultato ottenuto dalla Democrazia Cristiana, con più del 48% del voti, lega inevitabilmente il Paese al blocco occidentale, alla NATO e all’Europa. Due mesi dopo, Togliatti viene colpito con un’arma da fuoco e ferito gravemente da un giovane di estrema destra. Nel paese si diffonde la notizia: il cordoglio per il segretario del PCI si trasforma in una manifestazione nazionale di protesta contro il governo, la CGIL vorrebbe proclamare lo sciopero generale; è lo stesso Togliatti a impedire che la protesta degeneri in un sussulto rivoluzionario.

È il 1956 l’anno più drammatico per la politica di Togliatti e per l’intero movimento operaio: durante il XX congresso del partito comunista sovietico, il segretario Kruscev denuncia il culto della personalità di Stalin e i crimini da lui commessi. La sinistra di tutto il mondo è scossa; Togliatti, che ha partecipato al XX congresso, sostiene su “Nuovi Argomenti”, la tesi del cosiddetto “policentrismo”. Per la prima volta il leader comunista si esprime contro l’idea di una guida unica e unitaria del movimento operaio e a favore dell’indipendenza dei partiti comunisti dal Partito comunista sovietico. Nello stesso anno i carri armati sovietici entrano a Budapest e reprimono nel sangue la rivolta d’Ungheria. Su “L’ Unità”, il giornale del PCI, Togliatti scrive che é necessario tutelare la rivoluzione e reagire contro i reazionari. Questo segna il momento di maggiore distacco fra il Partito comunista e il Partito socialista dalla fine della seconda guerra mondiale. II Partito socialista, infatti, condanna risolutamente l’intervento sovietico e, di li a pochi anni, dà vita con la Democrazia Cristiana alla stagione del centro-sinistra Togliatti muore a Jalta, sul Mar Nero, il 21 agosto del 1964. Al suo funerale, a Roma, partecipa un milione di persone che rende omaggio alla figura del grande leader comunista.