LE MADRI COSTITUENTI

Il 10 marzo 1946 le donne italiane votarono per la prima volta. Non si trattava del referendum per scegliere tra Monarchia e Repubblica, che, come noto, si sarebbe svolto il 2 giugno, ma di elezioni amministrative. Scriveva Anna Garofalo, giornalista, nel 1946: “Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi nelle lunghe file davanti ai seggi. E molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione. Le conversazioni che nascono tra uomo e donna hanno un tono diverso, alla pari”.

Il 2 giugno le donne finalmente “votarono” anche per eleggere l’Assemblea Costituente:

Tra i 556 eletti c’erano anche 21 donne, 5 delle quali entrarono nella ristretta Commissione dei 75, incaricata di elaborare, redigere e presentare all’Assemblea un progetto di Carta costituzionale. Il lavoro delle 21 madri costituenti fu orientato soprattutto verso la conquista del riconoscimento della pari dignità sociale e giuridica dei cittadini, in particolare delle donne, nei diversi ambiti della società. Non pochi furono gli ostacoli che incontrarono lungo tale percorso, ma forse il più duro da abbattere fu quello legato agli stereotipi maschili in relazione alla concezione del ruolo femminile nella società.

  • In piena fase dei lavori della Costituente Nilde Lotti affermava: “La mia prima battaglia è contro i pregiudizi sulle donne e la volgarità che qualche volta cade come sasso anche in quest’aula”. Continua “tutte noi vi invitiamo a considerarci non come rappresentanti del solito sesso debole e gentile, oggetto di formali galanterie e di cavalleria di altri tempi, ma vi preghiamo di valutarci come espressione rappresentativa di quella metà del popolo italiano che ha pur qualcosa da dire, che ha lavorato con voi, con voi ha sofferto, ha resistito, ha combattuto, con voi ha vinto con armi talvolta diverse ma talvolta simili alle vostre e che ora con voi lotta per una democrazia che sia libertà politica, giustizia sociale, elevazione morale. È mia convinzione che se non ci fossero stati questi 20 anni di mezzo, la partecipazione della donna alla vita politica avrebbe già una storia”.

Dalle parole di Nilde Lotti si evince un “pezzo” della storia italiana, che testimonia quanto la donna per anni fosse stata ritenuta accessorio del capofamiglia (padre o marito). Nel Codice di Famiglia del 1865 le donne non avevano il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né tanto meno quello di essere ammesse ai pubblici uffici. Le donne, se sposate, non potevano gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro, perché ciò spettava al marito. In buona sostanza alle donne non veniva riconosciuta la capacità d’agire come soggetto autonomo del diritto. La loro volontà, il loro SÌ o il loro NO non produceva nessun effetto giuridico. Sul fronte dell’istruzione, venne permesso soltanto nel 1874 l’accesso delle donne ai licei e alle università, anche se in realtà continuarono ad essere respinte le iscrizioni femminili. Il titolo di studio però non garantisce ancora l’accesso alle professioni. Nel 1881 infatti una sentenza del Tribunale annullò la decisione dell’Ordine degli avvocati di ammettere l’iscrizione di Lidia Poët, laureata in legge e procuratrice legale.

Con la Prima Guerra Mondiale i posti di lavoro degli uomini richiamati al fronte vennero occupati dalle donne, in primis nelle fabbriche. Con la fine della guerra esse, furono accusate di rubare lavoro ai reduci, persero i posti di lavoro ma non la consapevolezza acquisita dei loro diritti.

Durante il fascismo: – per quanto riguarda il lavoro, i salari delle donne vennero fissati per legge alla metà di quelli corrispondenti degli uomini, fu formalmente vietato alle donne di insegnare italiano, latino, greco, storia e filosofia nei licei e alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie. Inoltre fu vietato loro di essere presidi di istituti, mentre le tasse scolastiche delle studentesse vennero raddoppiate.

– Nel pubblico impiego le assunzioni di donne furono fortemente limitate. Nel libro Politica della Famiglia del teorico fascista Loffredo, si legge: “La donna deve ritornare sotto la sudditanza assoluta dell’uomo, padre o marito; sudditanza e, quindi, inferiorità spirituale, culturale ed economica”.

Con lo scoppio della II guerra mondiale e quella civile, il paese viene completamente sconvolto. Gli uomini validi sono impegnati nella guerra e nella Resistenza. Alle donne ancora una volta spetta il compito di provvedere ai bisogni fondamentali delle persone e della comunità: lavorano, accudiscono come possono la famiglia e sono anche impegnate nella LOTTA DI LIBERAZIONE.

Terminata la guerra e liberato il paese dai nazifascisti, lo si deve ricostruire e bisogna rinnovare le Istituzioni. Questa volta però le donne non possono più essere escluse dalle decisioni fondamentali per la vita della collettività: tutte chiedono di entrare nelle istituzioni e di decidere accanto agli uomini.

Ad alta voce reclamano il diritto di voto sia attivo che passivo. Il primo venne riconosciuto il 31 gennaio del 1945 quando, con il paese ancora diviso, il Consiglio dei Ministri emanò il Decreto legislativo Lgt. n.23, pubblicato il 1° febbraio, che introdusse il suffragio (finalmente) universale riconoscendo il diritto di voto alle donne. Successivamente, il 10 marzo 1946, il decreto Lgt. n. 74 all’art. 7 dichiarava: «Sono eleggibili all’Assemblea Costituente i cittadini e le cittadine italiane che, al giorno delle elezioni, abbiano compiuto il 25° anno d’età», riconoscendo il diritto di voto «passivo».

Delle 21: 9 erano elette nelle liste del Partito Comunista, 9 nelle liste della Democrazia Cristiana, 2 appartenevano al gruppo del Partito Socialista ed una al gruppo del Fronte Liberale Democratico dell’Uomo Qualunque.

La loro presenza nell’Assemblea Costituente non fu solo “di rappresentanza”. Infatti, dalla lettura degli atti, si rileva una grande partecipazione delle donne elette alla discussione politica e non solo sui temi tradizionalmente considerati femminili. 

Negli orgogliosi interventi di alcune viene fortemente rivendicato il contributo delle donne alla fondazione del nuovo Stato democratico. In un suo intervento Teresa Mattei, replicò gli attacchi di un collega che rivendicava la necessità del “ritorno a casa” delle donne, affermando con forza: “Nessuna Resistenza sarebbe potuta essere senza le donne!” Teresa è ricordata anche perché, in occasione della ripristinata Giornata Internazionale della Donna dell’otto Marzo, propose di utilizzare la mimosa come simbolo della donna e della solidarietà tra le donne. 

Ottavia Penna Buscemi, il suo partito, il partito qualunquista, la candida a Presidente delle Repubblica.                            

Rita Montagnana Togliatti (PCI), moglie del leader del Partito, si allontanò in seguito dalla politica, per dedicarsi alla creazione di un archivio sulla storia contemporanea.

Bianca Bianchi, socialista, ha fatto diversi interventi per la scuola, le pensioni e per il riconoscimento giuridico dei figli naturali.                                                                                            Proseguì l’attività politica, partecipando alla nascita del PSDI (partito socialista democratico italiano).

Le altre quattro invece appartenevano alla DC: Laura Bianchini, ha fatto interventi in favore della scuola pubblica, Maria Federici Agamben, Angela Maria Guidi Cingolani, è intervenuta nella discussione della legge sulla “Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri”, contro i licenziamenti nei confronti delle donne in maternità, e infine Maria Nicotra Fiorini.

Su Angela Maria Guidi Cingolani è il caso di soffermarsi. La democristiana è la prima donna che prende parola alla consulta e afferma che non c’è niente da temere per l’ingresso delle donne nella politica: “Peggio di quanto gli uomini sono riusciti a fare da soli nel passato le donne assieme agli uomini non potranno mai fare”.

Le altre componenti dell’Assemblea Costituente ebbero un percorso parlamentare più lungo. Furono elette deputate per due legislature: Filomena Delli Castelli (DC), Nadia Gallico Spano (DC), organizzò in collaborazione con la Croce Rossa e con il comune di Roma i cosiddetti “treni della felicità”, che trasportarono 70.000 bambini meridionali rimasti orfani nelle famiglie del Nord Italia, Teresa Noce                                             si contraddistinse per l’impegno verso la tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri. Elettra Pollastrini (PCI). Adele Bei Ciufoli (PCI) fu eletta nella prima legislatura al Senato, per poi continuare il percorso con due legislature alla Camera. Si è battuta per la parità tra uomo e donna.                                                                                                                        

Angela Merlin (PSI) invece fu eletta al Senato per le prime due legislature, quindi fu deputata alla Camera nella terza legislatura. Merlin è soprattutto conosciuta per la legge, che porta il suo nome, sulla fine della prostituzione legalizzata, la cosiddetta “chiusura delle case chiuse”. E’ membro della Commissione dei 75 sostenendo il dovere dello Stato di garantire a tutti i cittadini il minimo necessario all’esistenza. E’ grazie a lei che si deve la menzione della parità di genere nell’articolo 3 della nostra Carta.

Fecero invece tre legislature alla Camera: Maria De Unterrichter Jervolino (DC), Angela Gotelli (DC) e Maria Maddalena Rossi (DC). 

Maria De Unterrichter Jervolino ha affiancato De Gasperi nelle Commissione per i Trattati Internazionali e per l’elaborazione di un accordo con l’Austria sull’Alto Adige. Ha fatto parte della Sottocommissione d’inchiesta per la riforma della scuola.                                                                                                                                       

Angela Gotelli ha fatto parte della Commissione dei 75 per la redazione del testo costituzionale intervenendo sul potere giudiziario e sul diritto delle donne di accedere agli alti gradi della magistratura.    

Maria Maddalena Rossi. Membro della Commissione per i trattati internazionali. Si è battuta per la parità sia nella famiglia che nel mondo del lavoro.                                                     

Furono quattro le legislature, tutte alla Camera, che fecero Elisabetta Conci (DC) e Vittoria Titomanlio (DC), mentre l’esperienza parlamentare più lunga fu quella di Leonilde (Nilde) Iotti (PCI), che fu deputata dal 1948 al 1999. Il 20 giugno del 1979 era stata eletta, prima donna nella storia repubblicana, Presidente della Camera dei Deputati. 

Con emozione, nel suo discorso di insediamento, affermò: “Io stessa, non ve lo nascondo, vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro e aver speso tanta parte del mio impegno di lavoro per il loro riscatto, per l’affermazione di una loro pari responsabilità sociale e umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio della mia vita”.

La ventunesima madre costituente è: Angiola Minella Molinari. Nell’Assemblea Costituente non fece interventi di merito sui singoli articoli della carta costituzionale, ma si impegnò invece tramite interrogazioni che riguardavano le emergenze sociali che l’Italia uscita dalla guerra stava affrontando. Alcune di queste interrogazioni sono ancora attuali: ne è un esempio un’interrogazione, in cui, di fronte all’emergenza sfratti, chiedeva di intervenire per l’individuazione e la messa a disposizione dei senza casa di immobili o porzioni di immobili che risultassero non utilizzati dai proprietari. La sua attività parlamentare proseguì nella prima legislatura alla Camera dei Deputati. In quella sede fu confirmatoria di alcuni progetti di legge che anticiparono questioni che diventeranno legge dopo molti anni come la parità di trattamento tra uomo e donna sul lavoro, la riforma sanitaria e ospedaliera e la tutela della maternità. 

Anche al Senato la sua attività si contraddistinse soprattutto sui temi della salute, dell’istruzione, della maternità e del lavoro. 

Non ci sono dubbi sul grande contributo che le donne, dopo essere state protagoniste della Resistenza e della nascita della nostra Repubblica, sono state in grado di dare alla discussione politica e alla costruzione di una società che fosse in linea con le aspettative del dopoguerra.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: