Articolo 8

“Tutte le confessione religiose sono egualmente libere davanti la legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intense con le relative rappresentanze.”

La norma in esame stabilisce il principio della neutralità dello Stato rispetto alle diverse confessioni religiose esistenti nel proprio territorio, garantendo a ciascuna di esse uguale spazio ed uguale tutela, in esecuzione del principio del pluralismo confessionale e della libertà religiosa (art.3-19 cost.). Tuttavia, l’obbiettivo di un eguale riconoscimento di tutte le confessioni religiose non è stato ancora pienamente raggiunto, a causa dell’influenza storica, politica e culturale della Chiesa cattolica, che ha comportato una maggiore attenzione verso i rapporti con lo Stato del Vaticano. A seguito della revisione del Concordato del 1984 con la Santa Sede, lo Stato italiano ha cominciato a stipulare le intese (ratificate con la legge) con le varie confessioni. Oggi, dunque, alle confessioni acattoliche è riconosciuta piena autonomia e indipendenza, con il “limite” del rispetto dell’ordinamento giuridico italiano e delle norme vigenti (in materia di ordine pubblico e buon costume), pena, la sanzione delle loro illiceità. Il rapporto che si instaura fra lo Stato e le organizzazioni religiose determina le seguenti tipologie di Stato:

  • Stato teocratico→ l’amministrazione dello Stato è gestita direttamente dall’autorità religiosa e i principi della fede religiosa sono tradotti in leggi la cui osservanza è obbligatoria per tutti.
  • Stato confessionale→ impronta il proprio ordinamento giuridico ai principi della religione dominante, che viene riconosciuta come religione di Stato.
  • Stato laico→ è caratterizzata da una netta separazione fra potere religioso e potere politico. rivendica la propria indipendenza da ogni condizionamento religioso e pone tutti i culti esistenti sullo stesso piano, tuttavia tutela il sentimento religioso e salvaguardia “la libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale.”
  • Stato ateo→ Stato che non riconosce alcuna religione e tende a limitare oppure a sopprimere la libertà religiosa.

Articolo 9

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

La promozione della cultura, della ricerca tecnica e scientifica è uno dei maggiori segni di rottura operato dalla Carta costituzionale con il fascismo che, come ogni dittatura, impose una propria “ideologia”e un “cultura di regime”, vietando ogni forma di dialettica e qualsivoglia confronto con diverse ideologie.Questa norma costituzionale sancisce il principio culturale ed ambientalista cui lo Stato deve tendere. Viene posta al fianco dell’ART.117 che attribuisce alle Regioni la promozione e organizzazione delle attività culturali e la ricerca scientifica e tecnologica. La Costituzione proclama l’assoluta libertà della cultura in tutte le forme in cui si esprime, e l’autonomia delle strutture che si dedicano alla promozione della stessa o alla ricerca scientifica e tecnica. L’attività di ricerca è indispensabile per rinnovare i contenuti dell’insegnamento, favorire l’emancipazione professionale dei lavoratori e assicurare una sempre più adeguata sicurezza sociale lavorativa. L’intervento promozionale della Repubblica deve sempre ricercare un equilibrio costituzionalmente compatibile con la libertà della cultura e della ricerca, evitando che queste ultime siano soggette a direttive e imposizioni del potere politico o si sviluppino del tutto sganciate dai problemi della società.

A tal proposito la Costituzione garantisce: libertà di espressione e di insegnamento. (Art.33)

Una novità della Costituzione deriva dall’ importanza che riveste l’ intervento dello Stato in favore della ricerca scientifica per garantire la crescita culturale, umana e sociale dei cittadini , al fine di conservare la competitività con i Paesi scientificamente e tecnologicamente avanzati.

Il secondo comma tutela il paesaggio , concetto che ha subito, specie nell’ ultimo ventennio,una profonda evoluzione in relazione a quanto disposto nell’ art.32 ( tutela della salute pubblica) che consente attualmente di definire in modo più appropriato di “tutela ambientale”.

Al tempo dell’Assemblea Costituente (1946), infatti,non presentandosi gli attuali problemi ecologici, il legislatore si concentrò unicamente sulle “BELLEZZE NATURALI” la cui tutela si riduceva alla loro conservazione secondo la legge Bottai del 1939. Il termine PAESAGGIO, alla luce dei tempi attuali e delle relative problematiche ambientali, si intende nel senso più ampio di AMBIENTE NATURALE che va tutelato per la salvaguardia del paese e del pianeta.

“L’arte e la scienza sono al servizio dell’umanità.  Esse  accrescono libertà allo spirito umano, ma di  libertà hanno innanzitutto bisogno: e non possono degnamente e utilmente operare se costretti a fini determinati e condizionati. Lo Stato non è un’arte, come non ha una scienza; ma dell’arte e della scienza si giova per i suoi fini nazionali e sociali. Ha il dovere di proteggerle in ogni modo e di servirsene, ma ha pure il dovere di lasciare che esse si sviluppino libere e padrone di sé oltre e dentro la scuola.”

(On. C. Marchesi)

Concetto Marchesi, membro della I sottocommisione, preposta ai lavori in seno all’Assemblea Costituente, si batté perché nella Costituzione fosse presente un articolo che difendesse il patrimonio artistico. Molti costituenti espressero dubbi in merito all’opportunità di inserire un tale principio ma Marchesi non si arrese, affermando che lo Stato dovesse farsi carico di prendere tutte le misure necessarie affinché qualsiasi monumento importante non andasse distrutto. Dopo lunghi dibattiti l’articolo, inizialmente proposto poi cancellato, venne ripristinato per poi essere collocato tra i principi fondamentali dell’attuale articolo 9.
L’evoluzione relativa all’attuazione dell’articolo 9 della Costituzione è stata molto intensa, soprattutto negli ultimi anni, con diversi interventi relativi alla definizione di “bene culturale”. La legge Bottai del 1939 definiva i beni culturali “cosa d’arte”, mentre una legge successiva qualificava come “bellezze naturali” quelle che riguardavano la tutela dell’ambiente. Nel nostro Paese possiamo tuttavia affermare che nei vent’anni successivi al 1948 si registrò una scarsa attenzione verso i sempre più emergenti problemi di tutela del patrimonio storico, artistico e paesaggistico. Solo con la legge n. 310 del 1964 si istituì una “Commissione di indagine per la tutela per le cose di interesse storico, archeologico, artistico e del paesaggio”. Dopo circa un decennio di indagini, si giunse all’istituzione, nel 1975, del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali: le “antichità e belle arti” divennero “Beni Culturali”.
Il D.P.R. 14 gennaio 1972 n.3 trasferÌ alle Regioni la competenza in materia di interventi per la protezione della natura, le riserve e i parchi naturali.
Con D.M. 5 marzo 1992 venne costituito, in collegamento con il Ministero per i beni culturali e ambientali, il Comando Carabinieri per la tutela del patrimonio artistico.
Nel 1999 si giunse al riordino di tutta la normativa vigente nel Testo unico sui beni culturali in cui si definisce il concetto di bene culturale.
Si evidenziano qui due linee di pensiero: la concezione reale e normativa dei beni culturali, secondo cui sono beni culturali solo le categorie di cose espressamente individuabili in base a esistenti norme di legge.
La concezione unitaria, per cui sono beni culturali tutte le testimonianze aventi valore di civiltà.


Nel 2004 venne istituito il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. In primo luogo il nuovo statuto di bene culturale venne incentrato sulla “regolamentazione” amministrativa della conservazione e della circolazione.
In secondo luogo, nel Codice venne ipotizzato un sistema policentrico dei beni culturali in cui lo Stato ebbe la facoltà di decentrare funzioni alle regioni e agli enti locali e di cogestire servizi museali di eccellenza.
In terzo luogo, il Codice sancì la limitazione della gestione pubblica dei musei e dei servizi di fruizione dei beni culturali di proprietà pubblica.
In quarto luogo il Codice segnò l’abbandono del concetto di “bene ambientale” per la nozione di “paesaggio”, correlato alla pianificazione urbanistica.
Una norma del 2014, conosciuta come “Art Bonus”, ha introdotto un credito di imposta per le erogazioni in denaro a sostegno della cultura e dello spettacolo nell’ambito delle “Disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo”.
Si tratta di un sussidio di 500 euro per i diciottenni da spendere nell’acquisto di beni e servizi culturali.
A difesa del patrimonio culturale nel 2017 è stato approvato un provvedimento che ha introdotto il nuovo titolo VIII-bis del codice penale rubricato “ Dei delitti contro il patrimonio culturale”
La stessa norma ha inoltre inasprito severamente le pene collegate alla commissione dei reati contro il patrimonio culturale e paesaggistico italiano.

Articolo 10

“L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.[cfr. art. 26]”.

Il I comma implica il rispetto da parte della Repubblica italiana delle norme del diritto internazionale: 

  • sia scritte, attraverso la stipulazione di trattati internazionali
  • sia non scritte, come norme consuetudinarie originate da comportamenti costantemente ripetuti nel tempo e accettate dalla maggioranza degli stessi.

Questa disposizione non riguarda la ratifica dei trattati internazionali, per la quale l’ART.80 prevede un’apposita disciplina.L’Italia ha aderito a trattati internazionali (es. convenzione europea) che proteggono i diritti fondamentali della persona umana in quanto tale, a prescindere dalla sua nazionalità. Quindi, secondo parte della dottrina e alla luce di una certa giurisprudenza costituzionale, la titolarità dei diritti di libertà non è limitata ai soli cittadini italiani,ma è estesa anche agli stranieri. Bisogna ricordare che speciali diritti sono riconosciuti ai cittadini stranieri comunitari (circolare, lavorare e stabilirsi in tutti gli stati membri dell’Unione). Sul piano dei diritti politici il trattato di Maastricht ha istituito una “cittadinanza dell’unione”, che consente, fra l’altro di votare ed essere eletti alle elezioni comunali, a quelle per il Parlamento Europeo, ai cittadini residenti in uno Stato membro diverso dal proprio

Quindi secondo questo articolo nell’ordinamento giuridico italiano la condizione giuridica dello straniero è prevista dalla Costituzione ed è disciplinata dalla Legislazione ordinaria.

Il successivo comma 3 dell’art. 10 stabilisce che lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Il comma 4, infine, vieta l’estradizione per motivi politici, ovvero la consegna da parte dello Stato italiano ad un altro Stato di un individuo condannato o accusato di crimini, commessi o per opporsi a regimi illiberali, o per affermare un diritto di libertà il cui esercizio nel suo Paese è negato.

ARTICOLO 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

La norma implica che il nostro Paese condanna moralmente, politicamente e giuridicamente l’utilizzo della violenza armata come strumento di risoluzione nei conflitti fra i popoli. La norma, pertanto, vieta le guerre di aggressione, cioè i conflitti armati volti a imporre un certo ordinamento ad un’altra popolazione, per il perseguimento di propri interessi.

Il ripudio della guerra nasce dalla volontà di relegare definitivamente al passato il terrore, la morte e la devastazione delle due Guerre Mondiali, la crudeltà della bomba atomica di Hiroshima e l’orrore della Shoah.

Grazie alla seguente norma l’Italia è stata legittimata ad entrare nell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), in quanto il nostro Paese non faceva parte del nucleo di membri originari. Tale adesione richiedeva esplicitamente, come “conditio sine qua non”, che lo Stato si dichiarasse “amante della Pace” , come recita l’ultima parte di questo articolo.

Si è ricorso all’art.11 per consentire l’ingresso dell’Italia nella Comunità Europea , oggi U.E., con due importanti conseguenze:

  1. EFFICACIA DIRETTA di alcune norme europee nel nostro ordinamento (es. regolamenti) senza necessità di procedure interne di adattamento.
  2. PRIMATO DELLE NORME DELL’ U.E. sul diritto interno che tolgono, però, vigore alle norme nazionali in contrasto con la normativa europea, comportano la DISAPPLICAZIONE della legge nazionale contraria alla normativa europea.

ARTICOLO 12

“La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.”

Questo articolo codifica costituzionalmente la foggia della bandiera della Repubblica italiana che, in realtà, era già stata stabilita nel 1946, con un decreto legislativo presidenziale. Nel corso della discussione fu sollevata una sola questione, che riguardava l’eventuale possibilità di apporre uno stemma nella banda centrale bianca della bandiera; così accadeva ad esempio per il precedente “tricolore”, approvato nel 1925 in epoca fascista, che aveva al centro lo stemma della casa regnante. L’Assemblea Costituente, però, decise per il “tricolore puro e schietto”.
Le origini del “tricolore” risalgono alla Repubblica cispadana: fu nel 1797 che il Parlamento decise, come colori della bandiera, il verde, il bianco e il rosso. Il “tricolore”, con al centro lo “scudo di Savoia”, ricomparve durante la Prima Guerra d’Indipendenza (1848-49); nel 1861, proclamato il Regno d’Italia, la bandiera prescelta fu proprio il “tricolore” memore di quella guerra.

I tre colori simboleggiano:

  • Il verde come le nostre pianure, foriero di speranza
  • Il bianco come le nevi delle Alpi e degli Appennini, simbolo di fede
  • Il rosso come il sangue versato dai nostri compatrioti per l’unione della nostra terra, segno d’amore per la patria.